Buon lavoro

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Io quelli che mi augurano “buon lavoro” proprio non li sopporto. Non sto salvando il mondo, non sto trovando la cura per il cancro, non sto perfezionando l’energia rinnovabile perfetta che sostituirà il petrolio. Sono un impiegato, faccio il mio onesto lavoro di routine, come tutti, come tutti i giorni. Non ho bisogno di sentirmi dire “buon lavoro” quando mi accomiato da qualcuno.

“Buon lavoro” lo posso ammettere in selezionate circostanze. Tipo quando uno sta ultimando un compito particolare, una cosa speciale, o un fastidioso lavoro manuale. Comunque lo riferisco ad un singolo lavoro o compito da svolgere, con esito più o meno importante, ma chiaro e riconoscibile. Tanto per fare un esempio:

  • Ciao Jack, vieni in pizzeria?
  • No, non posso, devo proprio riparare la bicicletta (formattare il computer, studiare un libro, pettinare il cane…)
  • Ah, buon lavoro, allora!

In un contesto impiegatizio in cui il lavoro è a ciclo continuo io proprio non vedo un episodio particolare che richieda un augurio speciale.

Un “buon lavoro” lanciato così a caso mi fa tanto cummenda milanese berlusconiano in doppio petto. Mi sta profondamente antipatico. Alla peggio, se proprio lo si deve dire, lo si può pronunciare come presa in giro a qualcuno che lavora mentre tu fai festa. Ma anche così, sai che spasso….

15 Comments

  1. io l’intendo proprio come una presa in giro, detto proprio con l’accento milanese alla Galliani 😀

    • per molti invece è un carattere identificativo, il “buon lavoro” è uno stile di vita e di pensiero, è la versione meno offensiva di quella classica espressione milanesotta: “a lavurà, barbùn!”

  2. A lavurà barbun! (con la v che si deve sentire appena, quasi inesistente) mi piace, lo trovo una bonaria presa in giro più che un’esortazione. Come peraltro molte altre espressioni meneghine (va’ a dar via ‘l cu’)
    Invece in “buon lavoro” trovo un’affettazione di maniera, l’uso di un agurio di forma e non di sostanza, che denota l’intento di avere modi cortesi ma che invece palesa indifferenza.
    Molto meglio, invece, un “buon lavoro!” detto a cose fatte, per il risultato raggiunto

    • ecco, sul “buon lavoro” mi sa che la pensiamo allo stesso modo. non solo trasuda professionalità, ma anche e soprattutto desiderio di apparire professionale a tutti i costi, in modo a volte decisamente ridicolo.

  3. Ma sono l’unica quindi ad augurare “buon lavoro” senza alcun intento canzonatorio, anzi di sincera partecipazione?
    Es. esci dall’ufficio e auguri al collega che rimane “buon lavoro” –> spero ti passi presto e senza rotture di palle
    idem dopo aver pagato il conto in un negozio, alla commessa –> trovo peggio dire “buona giornata/buona serata”, tanto lo sai che deve rimanere lì fino alla chiusura

    Anche la seconda interpretazione di Fedifrago non è male. Peccato che “i capi” si dimentichino un po’ troppo spesso di pronunciare queste fatidiche paroline 😉

    • non lo so, io mi riferisco a un contesto impiegatizio standard, poi è ovvio che dipende anche dal grado di confidenza che hai con le persone, per cui una frase come “buon lavoro” può assumere anche dei sottintesi benevoli, come hai spiegato.

      come dicevo più in su, credo che spesso si usino queste espressioni per apparire professionali a tutti i costi, senza riflettere su quanto esse possano risultare ridicole.

    • Saremo privilegiati, ma io mi complimento con i miei collaboratori per i buoni risultati, così come non esito a riprenderli quando non lavorano bene. Ed il titolare della società con cui collaboro si comporta con me nello stesso modo.

  4. Fedifrago, a queste condizioni sono pronta a lavorare per te! 😉

    • beh…. nel caso indossassi gli stessi abiti della famigerata panchina con ubriacatura da laurea, potremmo anche parlarne
      ahahahahahahaha

      • non sono ancora una tua dipendente e mi devo già difendere dalle molestie? qui le condizioni si fanno interessanti per intentarti da subito una causa milionaria 😉

        • Non sono io il titolare, quindi nel caso collaboratrice e non dipendente, riferito a me. Poi ho imparato una cosa, in molti anni di lavori (il plurale non è un refuso), ovvero che non si intessono relazioni di alcun genere nell’ambito professionale (né sesso né amore). Un paio d’anni fa c’era una collaboratrice, gran bella donna, che mi piaceva molto ma ci siamo sempre limitati a rapporti professionali; solo quando ha lasciato il lavoro ci siamo visti per un po’.
          E’ che troppi uomini ragionano con il secondo organo più importante ……il culo!
          😉

  5. Io nel dubbio ringhio a tutti.

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