Quello che se n’è andato

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Dell’improvviso e sorprendente amore di mia madre per i social network magari parlerò in futuro, ma la sua frenetica attività sul gruppo facebook del paese di campagna in cui abbiamo una casa, e dove ho trascorso tutte le mie vacanze estive fino ai 18-20 anni, mi ha riportato alla mente un pensiero che mi rinviene su ciclicamente, ma che forse non ho mai messo #000000 su #FFFFFF in questo blog*.

Quando ero ragazzo, nel paesello di campagna di cui sopra, conoscevo tutti i residenti e i villeggianti, almeno di vista. Era inevitabile. Le facce nuove, sulla piazza del paese, si notavano più di un rutto in chiesa, se mi si passa la metafora gastro-clericale.

Le facce che mi incuriosivano di più erano quelle che dimostravano un alto grado di familiarità con un vasto numero di persone. Facce che conoscevano il posto e la gente, ma senza far parte del paese. Facce, come scoprivo in seguito, che in passato avevano fatto parte di quel tessuto sociale ma che, per una ragione o per l’altra, se n’erano andate per i casi loro.

Tornavano al paese per salutare i vecchi amici, o per un nostalgico tuffo nei luoghi del passato. Alcuni di loro possedevano ancora una casa in loco, alcuni avevano perfino la famiglia lì.

All’epoca la domanda che mi incuriosiva di più era “perché se ne sono andati?”. Una domanda che, per ovvie ragioni di timidezza, rimaneva sempre inespressa, ma il quesito mi sembrava particolarmente interessante. Da ragazzo facevo fatica a comprendere come la vita non fosse necessariamente un percorso ineluttabile su un sentiero già segnato. Ciò che era, beh, non poteva essere altrimenti. Ed è un concetto che ho faticato a scardinare dalle mie convinzioni fino all’età adulta, e pure oggi mi ci picchio parecchio.

E’ ovvio che un ragazzo convinto dell’immutabilità delle cose e che da sempre era abituato a passare tutte le estati nello stesso luogo faticasse a capire quelle facce aliene. Né tanto meno si sarebbe immaginato di poter diventare una di loro, in un futuro nemmeno troppo remoto.

Da un anno all’altro ho scoperto che la vita in città, senza genitori per casa, ma con la vespa e gli amici a disposizione, era preferibile all’ennesima estate trascorsa a contare i giorni sul calendario. O almeno così mi sembrava la campagna intorno ai 20 anni, da piccolo era tutt’altra faccenda.

E anno dopo anno ho diradato le mie apparizioni fino ad assestarmi ad un rituale atto di presenza per la festa del paese, a ferragosto. Giorno in cui raggiungevo la famiglia, salutavo gli amici che ancora erano rimasti, e vagavo per i luoghi della mia memoria.

Come le facce di quando ero piccolo.

Ero diventato anche io uno che se n’è andato. Ma il perché me ne fossi andato non mi sembrava più molto interessante come quesito. In effetti era piuttosto ovvio. La domanda che ora porrei alle facce di un tempo è “come ti sei sentito a ritornare?”. Ecco, quella sì che è una domanda interessante, ma non credo di poter dare la mia personale risposta in questo post. Magari nel prossimo, anche perché questo ormai è finito.

 

* Va bene, #777777 su #FFFFFF, per i più precisini. Per tutti gli altri, guardate qui

3 Comments

  1. a me la domanda che viene più frequentemente, rispetto a situazione analoga, è “come cazzo hai fatto a rimanere?”. E sappi anche che a Paveto non trascorrerò le mie giornate di anziana 😀

    • pensa che c’è gente che viveva in città e ha scelto di andare a vivere lì, perché più tranquillo. comunque no, neppure io potrei immaginare di vivere in un posto troppo piccolo, soprattutto da anziano, senza negozi o servizi!

      e se proprio dovessi mai ritirarmi in una cittadina più piccola, in un remoto futuro, dovrebbe avere il mare.

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