28 dicembre 2013
by hardla
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Se Tokyo avesse il mare…

Noi genovesi usiamo il mare per orientarci. Se riusciamo a capire in che direzione è, tutte le altre cose vanno al loro posto: mare davanti, monti dietro, levante a sinistra e ponente a destra. Il nostro più celebre concittadino, perdendosi per mare mentre cercava le Indie, ha perfino scoperto un nuovo continente. Perché è vero che aveva il mare davanti, ma non avere i monti dietro l’ha disorientato. Per non parlare di levante e ponente, concetti masticati con sicurezza praticamente solo in liguria.

Anche a Tokyo c’è il mare, ma nessuno l’ha mai visto. Non per caso, almeno, bisogna cercarlo apposta. Io ci ho provato, ma sono finito su un canale e poi davanti ad un fiume. E lì mi sono arreso, perché di attraversare a guado il Sumida non ne avevo voglia. Ho visto però la rampa d’accesso al Rainbow Bridge, il ponte dallo stile marcatamente newyorkese che collega il centro di Tokyo con la grande isola artificiale di Odaiba.

Ecco, proprio ad Odaiba ho notato l’unica cosa che a Tokyo può essere accomunata ad un lungomare, e perfino una spiaggia che sembrava vera. E forse non è una casualità se l’unica spiaggia vera (di cui ho avuto sentore) si trovi su un’isola finta. E’ un controsenso che dice molto di Tokyo.

Gli auctoctoni non sembrano avvertire la presenza del mare più dei turisti. Le passeggiate sulle rive di fiumi e canali (non essendoci lungomari) non sembrano essere molto popolari, almeno tra la popolazione dei salarymen. I clochard, invece, apprezzano molto di più. Ma non mi è del tutto chiaro chiaro se i primi evitano i luoghi abitati dai secondi, oppure sono questi ultimi ad essersi insediati nei luoghi meno frequentati dalla gente. A naso, parlando di Giappone, punterei più sulla seconda. In Italia la prima ipotesi vincerebbe a mani basse.

20 dicembre 2013
by hardla
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Perdersi a Tokyo

Perdersi a Tokyo è un’attività che consiglio caldamente. Non che il risultato sia difficile da ottenere o che ci sia bisogno di qualcuno che vi incoraggi o che vi spieghi come fare. E’ anzi vero il contrario: smarrirsi a Tokyo è facilissimo, vuoi per la morfologia del terreno, vuoi per la presenza di innumerevoli palazzoni tutti uguali, vuoi anche per l’assurdo sistema di indirizzi che usano, per non parlare poi degli ideogrammi, il vero grande nemico silenzioso dell’occidentale in oriente. Ma il punto non è perdersi per sventura. Quello che intendo dire io è perdersi apposta.

Se l’attività sembra troppo avventurosa allora diciamo che va bene anche “quasi perdersi”, ossia buttare un occhio distratto a qualche punto di riferimento, ma senza preoccuparsene troppo, e da lì iniziare a girare a caso, avendo in ogni momento una vaga idea di quale punto cardinale seguire per tornare ad una qualsiasi fermata metro o stazione Yamanote. La differenza la fa quel “vaga idea”, al posto di “idea precisa”, perché ciò di cui sto parlando è, in fondo, uno stratagemma per favorire la serendipità, non per vincere una medaglia delle Giovani Marmotte in orienteering urbano.

L’esplorazione dei luoghi, andare in cerca dell’inaspettato, è un’attività stimolante che, a Tokyo, si può fare senza troppi pensieri. Il rischio di ritrovarsi in zone poco raccomandabili è prossimo allo zero e, per quanto sia facile provare smarrimento totale, ci si sente sempre estremamente sicuri. Anzi, talvolta mi capitava di chiedermi se le persone che incontravo non considerassero me con diffidenza, in fondo ero un gaijin sconosciuto che armeggiava nel buio con cavalletti e macchine strane in zone apparentemente poco fotogeniche, e la risposta era che probabilmente sì ma, essendo giapponesi, non dovevano darlo a vedere, pena il ritiro della cittadinanza.

Perdersi a caso non offre garanzie di successo, che lo facciate per finalità fotografiche, come me, o per mero turismo alternativo, può capitare di vagare per ore in zone decisamente poco interessanti, di un grigiore talmente banale che sentite d’aver buttato del tempo prezioso. Il tempo, in un viaggio di questo tipo, è un fattore importante, a tratti ansiogeno. Perché se anche partite con due settimane da sputtanarvi a piacere, ben presto inizierete a calcolare il tempo rimanente, non quello trascorso, e non potrete fare a meno di pensare che il Giappone non è proprio dietro casa e chissà se e quando ci ricapiterete. Dunque ogni minuto sprecato è un minuto che sentite di togliere ad altre esperienze più meritevoli. Ecco, quest’ultimo pensiero va combattuto con forza, perché è nemico dell’esplorazione casuale e naturale alleato delle guide turistiche.

Non ho nulla contro le guide turistiche, anche se tendo ad usarle con parsimonia. La mentalità turistica non mi è avulsa. Per una mia forma d’ansia ancora da risolvere, quando visito un posto nuovo ho bisogno di riconoscerne i simboli più importanti ed evidenti, prima di tutto il resto. E’ una specie di tributo che pago all’ovvio, una rassicurazione che offro a me stesso. C’è anche da dire che, di solito, i luoghi diventano ovvi perché imprescindibili, perché il loro impatto culturale o emozionale è talmente elevato che diventa difficile rinunciarvi. Fotograficamente, però, i luoghi turistici presentano maggiori difficoltà e minori spunti di interesse.

Per mia fortuna dell’ovvio di Tokyo mi ero già occupato, in massima parte, tre anni fa. E ciò mi lasciava tempo ed energie per occuparmi anche del resto, a cuor leggero. Nonostante ciò, l’orologio ha cominciato a ticchettare piuttosto presto anche perchè ogni angolo che svoltavo, ogni incrocio che raggiungevo, ogni nuova stazione ferroviaria, si apriva un dedalo di possibilità che sarebbero difficili da gestire perfino nell’arco di una vita umana di  media durata. Due settimane si sono dimostrate all’improvviso troppo strette, ho cercato di impormi delle linee guida, tipo rimanere sempre in zone tangenti la linea Yamanote, tentando di non andare in panico per tutte le foto che non avevo ancora fatto, o che non avevo fatto come avrei voluto, o che proprio non avrei avuto più l’occasione di fare. Impresa comunque non facile.

Non tutti vedono il mondo in termini di inquadrature o di opportunità fotografiche. La teoria del perdersi vale per tutti e non è necessariamente finalizzata a portare a casa uno scatto valido. Alcune delle sensazioni più intense provate in questo viaggio le ho vissute perdendomi in anonimi quartieri residenziali, la sera, da solo. Non so se la solitudine è parte integrante dell’esperienza, sicuramente influisce sul mio lavoro fotografico, perché spesso mi sento in difetto ad infliggere ad altri prolungate sessioni di ripresa, lunghe esposizioni notturne, magari al freddo, tutte situazioni che affronterei senza pensieri, se fossi da solo. Preferendo non sentirmi troppo in colpa con coloro che hanno la sventura di volermi bene e di accompagnarsi a me, scelgo di rinunciare a scattare quanto invece mi verrebbe istintivo fare.  Sicuramente mi dispiace non aver condiviso quei momenti, posso solo sperare che le fotografie concepite in tali circostanze siano in grado di trasmettere qualcosa di ciò che ho avvertito, perché a parole mi riesce davvero troppo difficile.

10 dicembre 2013
by hardla
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Attaccate a ‘sta katana

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Questa volta per parlare del mio viaggio a Tokyo inizierò dalla fine, perché la fine è oggi e ce l’ho ben presente in testa.

Ieri ero ancora a Tokyo, ma poteva essere benissimo il mese scorso o due anni fa. Il volo intercontinentale e 7 ore di transito notturno nella zona partenze dell’aeroporto di Istanbul hanno avuto il potere di annullare ogni ricordo a breve termine legato al Giappone, di farlo scivolare verso quella zona della memoria che si occupa delle esperienze ormai concluse da un po’. Un viaggio lungo e faticoso, come quello che ho terminato appena qualche ora fa,  ha la prerogativa di inserire una cesura importante nel normale fluire delle mie esperienze.

Forse sono solo stanco, ma Tokyo mi sembra ormai davvero molto distante.  Forse domani ritroverò la freschezza dei ricordi recenti (come del resto sono) invece di quella vaga e confusa impressione che mi sto portando dietro da qualche ora. Forse domani sarò in grado di raccontare a mio padre cosa ho fatto in queste due settimane all’estero, invece di balbettare incomprensibili accenni a sensazioni, suoni, luci e odori. Le stesse cose che dicevo anche dopo il primo viaggio, tre anni fa.

Solo che allora ero più giustificato, ero sopraffatto dalla novità della cosa. Questo viaggio è stato più consapevole, mi ero già tolto allora le voglie da turista, avevo già provato l’ebbrezza di affrontare da solo un viaggio intercontinentale per riunirmi alla mia amata in capo al mondo, come per caso. Avevo già sperimentato le sensazioni, i suoni, le luci e gli odori di cui ho cianciato per 3 anni con chiunque abbia avuto la sventura di chiedermi, o anche no. La forza della scorsa esperienza è stata tale che avevo paura di rovinarne il ricordo. E, a ben vedere, avrei dovuto capire da subito che la realtà di questo nuovo viaggio non poteva competere con l’idealizzazione di quello vecchio. Almeno fino a quando non ho iniziato a creare dei nuovi ricordi, invece di cercare di rivivere quelli passati.

Che i due viaggi abbiano delle somiglianze è innegabile, ma alla fine sono state le differenze a rendere memorabile pure quest’ultimo. E di ciò devo ringraziare anche Dedee, che ha deciso di unirsi a noi per qualche giorno, con la scusa di festeggiare il mio 40mo compleanno, e che ci ha dato l’occasione di risfoderare quelle atmosfere un po’ cazzare che ci erano così consuete quando ancora i nostri anni non si misuravano col suffisso -anta, e che le distanze ormai intercontinentali tra i nostri domicili hanno inevitabilmente un po’ sopito. Almeno per quantità, la qualità rimane sempre la medesima, bassissima. Santuzza poi meriterebbe un post a parte, ma, essendo io estremamente riservato, non lo leggerete mai.

Anzi no, una cosa voglio raccontarvela. Ieri lei era già ripartita per l’Italia, mentre io avevo altre 12 ore da far trascorrere prima del mio volo. Ora dovete sapere che la solitudine, in condizioni normali, non mi spaventa affatto. Ma ieri, sapendola già in volo, ritrovandomi in giro per Tokyo da solo, come tante altre volte nelle scorse due settimane, ma senza la possibilità di incontrarla la sera in albergo, beh, mi sono sentito un po’ perso. In questi giorni sono stato spesso da solo, come del resto anche 3 anni fa, in fondo lei era in città per lavorare, e io mi ritrovavo con molto tempo libero da spendere. Spesso, in quelle occasioni, ho vagato ricercando situazioni di estrema solitudine per esigenze fotografiche, come dirò più avanti, ma anche per mia indole. Ecco, in nessuno di quei momenti mi sono sentito a disagio. Perché Tokyo è una città che comunica un estremo senso di sicurezza, certamente, ma soprattutto perché sapevo che comunque, qualche ora più tardi, l’avrei ritrovata. Ieri, invece, mi sono sentito solo. Ed è una cosa che non mi succede spesso, non nel senso letterale del termine.

Ho accennato alla fotografia. Non voglio farla lunga e difficile, ma tra la prima e la seconda volta che ho visitato Tokyo, per me, fotograficamente parlando, è cambiato il mondo. Tre anni fa ero un turista che si dilettava a scattare fotografie, senza troppe idee o costrutto. Questa volta mi piace pensare di essere stato un fotografo, seppur non professionista, che visita un paese lontano in cerca di opportunità. Ero molto concentrato, ho girato quasi tutto il tempo con 2 macchine e un corredo di obiettivi, cavalletto e rullini di scorta. mi annotavo mentalmente posti interessanti e facevo in modo di tornarci quando le codizioni di luce diventavano più favorevoli. In questi 3 anni ho scoperto una passione sincera per la fotografia, ho scoperto in me delle qualità che non pensavo di possedere, e mi sono convinto a fare di tutto affinché opportunità di questo tipo (viaggi del genere non capitano tutti i giorni) non andassero sprecate, anche a rischio di apparire fanatico a girare tutto il giorno, tutti i giorni, con zainetto e cavalletto in spalla.

Ecco, alla fine ho parlato di tutto, trane che di Tokyo. Avrei voluto dire quanto questa volta sia riuscito a visitare luoghi non banali, posti che non figurano sulle guide turistiche ma che più autenticamente possono rivelarci indizi sul vero stile di vita degli abitanti della città. Ho visto quartieri alveari dove gli impiegati vanno a dormire, enormi palazzoni anonimi, in cui vivono centitnaia di persone, dietro porte tutte uguali, in appartamenti tutti uguali. Ho visto, al contrario, zone residenziali bellissime che si affacciano su cimiteri non recintati, e la gente non pare turbata ad attraversarli di notte. Villette monofamiliari di stile tradizionale o di stile minimalista moderno integrarsi fianco a fianco in un contesto urbano decisamente caotico . Ho visto anche posti più modesti,  appartamenti in piccoli palazzi bi o trifamiliari, ho visto le lavanderie a gettone che servono tutta la zona, il negozietto aperto 24h al giorno, i ristorantini tradizionali, non quelli per turisti, quartieri interi come quelli dei cartoni animati di quand’ero piccolo.

Tutto questo mi sarebbe stato precluso se l’ovvio non l’avessi già esaurito in massima parte col primo viaggio. Poi magari non verrà fuori una foto decente che sia una, e mi spiacerebbe non poco, visto l’impegno profuso. Ma alla fine ciò che resta è la piacevole sensazione di aver iniziato a capire come funziona quella città, quella gente, nonostante le condizioni ambientali non certo favorevoli e una cultura a tratti ancora molto incompresibile. E resta pure la certezza di aver vissuto, ancora una volta, seppur in modo diverso, un’esperienza incredibile che, ancora una volta, mi rimarrà appiccicata alla pelle in modo difficilmente reversibile.

E, in ogni caso, ricordatevi questa illuminante massima di vita giapponese: ‘ndo vai se la katana non ce l’hai?
Arigato gozaimasu.

18 novembre 2013
by hardla
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Non ci sono più le K di una volta

Forse ve ne sarete accorti, forse no, forse quando si ripristina una qualunque normalità la gente non ci fa caso perché, appunto, è normale che sia così. Però a me sembra, pare, che forse l’anomalo e smodato uso di lettere Kappa e di contrazioni fantasiose stia registrando una frenata. Che il picco sia superato. Che le orride ma funzionali (?) abbreviazioni da SMS di bimbiminkia decerebrati siano sempre meno usate.

Correggetemi se sbaglio. Ma a me sembra, pare, di leggere sempre meno arbitrarie mutilazioni della lingua italiana. Che la dittatura da 160 caratteri sia stata spodestata da una più benevola monarchia di messaggistica istantanea gratuita, fatta di caratteri infiniti e di, ohibò, immagini! Gli iMessage, i Viber e i Whatsapp hanno ucciso (o quanto meno ferito a morte) SMS e MMS. Pure Facebook ci si è messo a dare il colpo di grazia.

Da un giorno all’altro la gente ha ripreso a scrivere le parole utilizzando tutte le lettere necessarie, incitata dai correttori automatici dei propri smartphone e minacciata da truppe partigiane di Grammar Nazi (nazisti della grammatica), orde di utenti precisini che passano il loro tempo a correggere gli errori di battitura altrui su forum, social network, siti, cartelli stradali et cetera. Questi loschi figuri, che per anni hanno dovuto malsopportare inevitabili contrazioni di parole ad uso SMS, nascondendo nell’ombra la loro frustrazione, possono finalmente mostrare al mondo tutta la loro competenza in materia di accenti e apostrofi. E, naturalmente, sfogare la loro aggressività repressa in una sanguinosa faida contro i colpevoli di crimini contro la grammatica, nelle inevitabili ritorsioni che si attuano ogni volta che una dittatura viene fatta decadere.

L’ultimo terreno di battaglia, l’ultimo pericoloso avversario da sconfiggere, è il misterioso Twitter. Che in Italia ancora non abbiamo capito bene cosa farcene, ma se mai lo capiremo, come succede già da anni altrove nel mondo, porterà nuova linfa alla causa delle Kappa agonizzanti. Twitter, coi suoi 140 caratteri gratuiti, è più restrittivo e potenzialmente pericoloso dell’agonizzante SMS, l’ultimo avversario, l’ultimo nemico da sbaragliare per la salvaguardia della purezza della lingua italica.

10 ottobre 2013
by hardla
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Casa nuova casa

Riprendo in mano la tastiera per un post un po’ nostalgico e parecchio celebrativo. Delle vacanze non starò a parlare perché i miei quattro lettori avranno già saputo tutto nei post a quattro mani scritti con Santuzza (qui e qui).

La novità è che ho traslocato. Non una grande novità, sicuramente non per voi che magari ci sarete abituati, e comunque non siete coinvolti, ma per me lo è, per diverse ragioni.

Il punto è che ho amato moltissimo il piccolo monolocale nei vicoli, mi rispecchiava, mi si adattava completamente, e ha segnato il periodo più importante della mia vita, quello che con maggior vigore ha segnato il mio passaggio da ragazzo (vecchio ragazzo, a dire il vero) ad adulto. Non che sentissi particolarmente l’esigenza di questa transizione, eh, il mondo degli adulti ha decisamente più svantaggi di quello precedente, ma è anche una questione di dignità, alla soglia dei 40 anni si rischia di risultare un po’ patetici a far finta di essere ancora gggiovani. E ne conosco di persone che, a discapito delle prime evidenti rughe, fanno finta di essere ancora teenagerbellaziominchia.

La stessa decisione di traslocare è stata una scelta di maturità, a conferma dell’avvenuta transizione di cui sopra. Non sentivo la particolare esigenza di allontanarmi dal centro, in quella parte dei vicoli mi sono trovato benissimo da subito, anzi da prima di subito, da quando ho iniziato a frequentarla prima come beone semiprofessionista e poi come barista semiprofessionista. La zona era tranquilla, la posizione ottimale, al lavoro ci arrivavo a piedi in meno di 10 minuti, prendendomela comoda, alla sera avevo la vista sul porto e la Lanterna, e spesso godevo di fantastici tramonti, come ho più volte documentato sul mio blogghetto fotografico.

La scelta di maturità è rendersi conto che quando una cosa con affitto incontra una casa gratis, la casa con affitto è una casa morta, come ci insegna l’agente immobiliare di Sergio Leone. La casa gratis, in questo caso, è la casa dei nonni, rimasta vuota perché nonno non c’è più da qualche anno, e nonna vive ormai in pianta stabile coi miei genitori.

Non è stata una decisione semplice, nonostante gli ovvi vantaggi economici della scelta e la prospettiva di potermi innalzare finalmente sopra la soglia di povertà ISTAT. Ho vissuto gli ultimi giorni prima e durante il trasloco con un magone epocale. Una tristezza di fondo che ho cercato di sublimare nel modo che mi è più congeniale, scattando fotografie della vecchia casa e del panorama che tanto ho amato. Per una sfortunata serie di coincidenze ho vissuto quei giorni completamente da solo e ciò ha contribuito ad accescere quell’opprimente senso di nostalgia incombente che tanto ha caratterizzato il momento dell’addio.

Poi però mi sono ritrovato nell’altra casa, piena di mobili da smaltire e scatoloni da organizzare, e il momento-nostalgia è morto per sopraggiunti impegni impellenti.

La casa della nonna è, per definizione, senile. Cosa che a Santuzza non dispiace ma a me fa storcere un po’ il naso. Integrando le cose che c’erano e quelle che ci abbiamo messo dentro siamo fiduciosi di riuscire a crearci uno spazio più nostro, anche cambiando colori e stile, ma mantenendo quel velo di senilità che sarebbe un peccato, per il momento, far sparire. In fondo mi piace l’idea di riuscire comunque a riconoscere i segni della vecchia casa dei nonni, evitando stravolgimenti totali e limitandoci al necessario. Anche perché, se non s’era capito, gli stravolgimenti non ce li potremmo permettere neppure se li volessimo. Nondum est matura.

Certo, Borgoratti non è il centro storico, è più scomodo, c’è più traffico, ma è molto meglio di quello che temevo. La casa è più grossa e tranquilla. La focaccia è buona, ed è già un punto d’inizio, la pizza anche. L’ora blu sulla collina di Apparizione ha un fascino placido, meno urlato del tramonto sul porto, ma decisamente apprezzabile. Il quartiere è un mix di vecchie case contadine ottocentesche e palazzoni popolari anni ’60, ruscelli e tralicci dell’alta tensione, vicoletti e stradoni. E salite ovunque, come nel resto di Genova ma anche di più. Al contrario dei vicoli, più omogenei, Borgoratti ha il fascino del contrasto, penso mi potrà dare soddisfazioni a livello fotografico.

Ho voluto bene alla vecchia casetta, per tanti motivi. Ha innescato una transizione verso una maggior maturità, non solo quella mia personale, ma anche quella che caratterizza il mio rapporto con Santuzza. Ha coinciso con quella che, finora, è stata la fase più piena, bella ed importante della mia vita. La speranza è che anche la fase che si stia aprendo, che sia vissuta a Genova o Torino, mantenga la tendenza positiva.

3 giugno 2013
by hardla
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ARTErnativa – Il libro!!!

Cover

Non ve l’ho detto prima perché ogni tanto mi dimentico d’avere un blog, ma da un mesetto circa è uscito il libro di ARTErnativa! Uscito per davvero, in libreria, micacazzi! Spassky e io siamo anche andati al Salone del libro di Torino a presentarlo, nello stand Dentiblù, che poi sarebbero i nostri editori, dove ho sfoderato tutta la mia verve commerciale da affabulatore di sconosciuti, come potete ben comprendere.

Fa una certa impressione entrare da Feltrinelli e vedere lì, sul bancone delle novità, a capotavola, il nostro libro. Ogni tanto ci passo, per contare le copie in esposizione e per cercare di sbirciare se qualcuno lo sfoglia, ma per il momento non sono stato fortunato. Dovrò piazzare qualche telecamera nascosta, non posso mica passare le giornate in libreria, a meno che non mi assumano in pianta stabile. Altrimenti avrei anche un altro lavoro da fare.

Io do per scontato che sappiate già cos’è ARTErnativa, in fondo a passare di qui sono sempre le stesse persone da anni, e in queste pagine ne ho già parlato più volte. Ma se ancora non lo sapete potete buttare un occhio a www.arternativa.org, che poi è il sito ufficiale. O magari iscrivervi alla pagina facebook, per essere sempre aggiornati sulle ultime uscite.

E se proprio non potete fare a meno del prestigioso volume (io ci scherzo ma è davvero bello, più di uno scarrafone per mamma sua), lo trovate da Feltrinelli in libreria, o sul loro sito. O anche su Amazon. O anche altrove, basta chiedere e se non ce l’hanno ve lo fanno arrivare. Giurin giurella.

8 maggio 2013
by hardla
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Fenomenologia della morte su internet

 La recente dipartita dell’ennesimo pezzo grosso della società italiana mi ha fatto constatare con rinnovato disgusto come le dinamiche da social network siano, in questi casi, piuttosto prevedibili e riassumibili nei seguenti punti che andrò ad elencare.

  1. FASE 1: L’ANNUNCIAZIONE
    Qualcuno muore, veniamo a saperlo da facebook prima ancora che dai siti di informazione. Tutti sparano la notizia come se fossero i primi a darla, ignari del fatto che altri 3500 colleghi annunciatori stanno facendo la medesima cosa nel medesimo momento, limitandosi alla più ristretta cerchia di conoscenze.
  2. FASE 2: L’APPROFONDIMENTO
    Qui entrano in gioco gli opinionisti, ossia gente che non può fare a meno di commentare l’evento con le proprie banalità, commozioni o presunte arguzie, per non parlare di link, fotomontaggi, video di youtube, gattini e preghiere.
  3. FASE 3: L’ANTAGONISMO
    Lo scopo dell’antagonista è prendersela con annunciatori e opinionisti, mettere in ridicolo o denigrare la loro urgenza di condivisione. L’antagonista si sente superiore a tutti e non accetta che il mondo non si comporti spontaneamente secondo i propri precetti social-morali.
  4. FASE 4: LA TEORIZZAZIONE
    I teorizzatori sono ancora più supponenti degli antagonisti perché, pur condividendone le finalità e talune idee di fondo, non accettano che si alimenti il ciclo della fuffa sui social network, ritenendo perfettamente inutile cercare di convertire alla ragione chi vive di condivisione compulsiva. Perciò scrivono sui propri blog articoli astiosi e finto-ironici sui massimi sistemi di facebook, ben sapendo che nessuno li leggerà mai, dal momento che i blog sono morti, salvo poi pubblicare gli aggiornamenti dei propri post proprio sui social network da loro denigrati. E ogni riferimento alla mia persona è, purtroppo, inevitabile.

19 marzo 2013
by hardla
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C’era una volta di nuovo!

ARTErnativa

Chi seguiva questo blog quando era ancora vivo, e non agonizzante come ora, sa già di cosa sto parlando.

Per tutti gli altri (ci sono degli altri?), in due parole ARTErnativa era una newsletter settimanale in cui si pubblicava un quadro, una scultura, un vaso, un disegno, uno scarabocchio o qualsiasi cosa ci girasse per la testa, bastava fosse un’opera d’arte più o meno riconosciuta, e noi ci divertivamo a commentarla, a modo nostro. Spesso ci divertivamo più noi a commentare che i nostri abbonati a leggere, spesso invece no, nel senso che non si divertiva nessuno! Scherzo, eh? Che burlone…

La newsletter abbiamo smesso di mandarla già da qualche anno. Qualche riferimento ad ARTErnativa si trova ancora negli archivi di questo blog, roba vecchia.

Ma in fondo ad ARTErnativa siamo affezionati e abbiamo scoperto di non essere gli unici. Per questo motivo (e non solo per questo motivo, ma questa è un’altra storia che non vi sto a raccontare ora, ma a breve ve la dirò, lo giuro) abbiamo deciso di far rivivere ARTErnativa con un sito dedicato nuovo di pacca!

In realtà è anni che ci stiamo pensando, ma la pigrizia cronica, i cazzi nostri e, soprattutto, le ubique e immancabili cavallette, ci hanno frenato da questo meritorio seppur vago proposito. Per non parlare del fatto, poi, che il sito dovevo farlo io, che sono notoriamente eterno in queste faccende.

Quindi mesdames et messieurs, damen und herren, grandi e piccini, per la vostra gioia ecco

IL NUOVO FAVOLOSO SPLENDIDO INIMITABILE
E ANCORA IN FASE DI TEST

SITO DI ARTERNATIVA
www.arternativa.org

Per il momento è tutto, ma preparatevi a sporcarvi le mutande per l’eccitazione, perché fra qualche giorno ci saranno altre novità!

22 febbraio 2013
by hardla
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L’importanza di un buon ritratto

Non so per quale scherzo del destino mi sono ritrovato a seguire “Chi l’ha visto?” l’altra sera, ma vedere le immagini di tante persone scomparse mi ha toccato il cuore e per questo motivo mi rivolgo a voi, che non avete niente di meglio da fare che leggere queste righe, in un appello semplice e molto sentito: per l’amordiddio fatevi delle foto decenti prima che sia troppo tardi!

La sfiga è sempre dietro l’angolo, nessuno pensa di diventare un fatto di cronaca nera ma la cruda realtà è che molti ci finiscono contro la loro volontà e senza prevviso alcuno. E a costoro dico: volete davvero che l’unica foto che finirà alla stampa, l’unica immagine grazie a cui verrete ricordati per anni e anni dalla popolazione italiana, sia quella di quella volta che per scherzo, ubriachi fradici, vi siete messi in testa i mutandoni di nonna?

Pensateci. L’altra sera parlavano di un tizio scompraso (ebbé…) e, per far vedere al pubblico il suo volto che metti mai che qualcuno lo riconosca per strada e chiami in diretta per fare la carrambata, hanno messo in onda una foto tristissima in cui questo distinto 60enne, sguardo vuoto e annoiato, tiene in mano ad altezza volto un palloncino a forma di coniglietto. Un quadretto grottesco, visto il contesto. Forse l’avranno fatto per sdrammatizzare la situazione, o magari la famiglia ha un perverso senso dell’umorismo. Oppure quella era davvero la foto migliore che sono riusciti a trovare, nonostante la circostanza non certo festosa.

Ecco, il rischio è proprio quello. Dalle mie parti c’è un famoso caso di cronaca, un omicidio di una ventina d’anni fa, di cui si parla ancora oggi. Per non mischiare (troppo) fatti seri con le mie cazzate deliranti non vi starò a dire quale, in fondo un po’ di pudore ce l’ho pure io. Vi basti sapere che ogni volta che se ne parla, sulla stampa o in tv, viene proposta la stessa identica foto della vittima, la stessa smorfia improbabile, la stessa ambientazione ancor più improbabile. Roba che al confronto perfino le fototessere lombrosiane, fatte di fretta, venute malissimo e appiccicate con noncuranza su documenti che varranno 10 anni, e che vi procureranno giustificatissimi sfottò da parte dei vostri amici, perfino quelle malefiche fototessera sono migliori di certe foto che circolano sui giornali.

E allora ti chiedi “ma era davvero l’unica foto disponibile?”.

Ecco, per evitare che i vostri cari mettano in circolazione vostre foto imabrazzanti, fatevene una voi, che sia almeno decente, fate anche 20 tentativi se necessario, prendetevi il vostro tempo (ma non troppo, che metti mai la sfiga…), fatela stampare in 2-3-4 copie, mettetela in bella evidenza nella cornice silver-plated, regalo di cresima di qualche zio, che prende polvere in sala da tempo immemore, regalate le altre copie a genitori, nonni, fidanzati/e, cugini. Ripetete la procedura ogni 10 anni, per evitare che le foto non siano troppo datate e inutilizzabili ai fini della vostra identificazione televisiva.

In questo modo avrete un legittimo margine di sicurezza che la vostra pittoresca istantanea con in testa i suddetti mutandoni di nonna non sarà mai divulgata ai mezzi d’informazione, a meno che non stiate davvero sul cazzo ai vostri cosiddetti “cari”, cosa che, a guardarvi bene, non mi sentirei neppure troppo d’escludere.

Buona vita.

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