8 agosto 2014
by hardla
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Avere denti

E, all’improvviso, eccomi qua. Come cazzo mi sarà saltato in mente di scrivere un post mezz’ora prima di andare in ferie? Certo, sono solo in ufficio e non ho un cazzo da fare (e diciamocelo onestamente, anche se avessi qualcosa da fare non la farei certo ora, per principio). Ma visto che sono settimane che non passo di qui, perché proprio oggi?

Vorrei fare un mega post con il magnifico programma delle mie prossime ferie ma la verità è che non abbiamo nessun programma. E la cosa non mi dispiace neppure. Cioé sono arrivato a dei livelli di stanchezza tali da provare stanchezza anche all’idea di pianificare le ferie.

Finirà che mi riposerò per due settimane. E, dopo aver riposato, avrò finalmente in corpo le energie per pensare a qualcosa. Solo che, a quel punto, sarà giunto il momento di rientrare al lavoro e stavolta sarà il tempo a mancare. Com’era quella cosa? Chi ha il pane non ha il tempo? Qualcosa del genere, mi pare.

Buone vacanze!

 

7 luglio 2014
by hardla
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Guerra fredda e guerra buia

Chi lavora ad una scrivania, 8 o più ore al giorno, lo sa. La vita d’ufficio è costellata da innumerevoli piccole battaglie di posizione, che sei costretto a combattere con colleghi, collaboratori, fornitori, superiori, autorità varie, divinità.

La più eclatante è ovviamente quella per il controllo della temperatura, soprattutto d’estate. Il fottuto condizionatore. Un qualsiasi medico generico, o almeno una di quelle vecchiette che stazionano tutti i pomeriggi nella sua sala d’attesa, possono confermarti che ci sono precise ragioni fisiologiche se uomini e donne percepiscono le temperature in modo diverso, che il ferro, il sangue, staminchia. E che quindi è normale che chi vuole il condizionatore acceso (uomini) debba scontrarsi con chi glielo vorrebbe ficcare su per il sedere, sideways (donne).

Quindi accendi spegni alza abbassa regola la ventola più forte più piano verso il soffitto verso il pavimento deumidifica raffredda riscalda. Tutto in modalità stealth, cercando di schiacciare il tastino del telecomando quando gli altri non possono accorgersene, mascherando il classico “BIIP” con un rutto o un peto rumoroso (meglio passare per maiale piuttosto che morire di caldo) o qualsiasi altra cosa MA NON un colpo di tosse altrimenti la collega maligna ha il pretesto per dire “ah ma sei raffreddato, meglio spegnere l’aria prima che ti venga qualcosa di brutto”.

Che poi l’ipotetica collega maligna, assunta a categoria generica e non identificabile in una persona precisa, è di solito anche tecnolesa. E quindi del fottuto telecomando la sua testolina semplice percepisce solo il grosso pulsantone colorato ON/OFF, ignorarndo ogni altro tipo di sottigliezza intermedia. Quando ha caldo, ON, fino al livello ghiacchiaia, quindi OFF, per tornare al livello jungla. Hai voglia a sbatterti mezz’ora per programmare il condizionatore in modo ultra preciso, ad una temperatura non fastidiosa, col getto d’aria discreto e non direttamente rivolto verso qualche persona. Una programmazione talmente sofisticata che portesti riscrivere il manuale dell’aggeggio di tuo pugno, senza mai neppure averlo letto, e con una prosa migliore. Poi però te ne vai al cesso un paio di minuti e al tuo ritorno l’ipotetica collega, simulando giovialità ma lanciandoti uno sguardo di sfida, ti dice: “ho pensato di spegnere un po’ per aprire la finestra”. Già, la finestra, gran bella pensata, la finestra rinfresca, coi suoi delicati refoli di aria umida a 33 gradi, stupido io a pensare di accendere l’aria condizionata, quando fuori fa un bel freschino. Fottiti.

Ma la guerra fredda per l’aria è una banalità rispetto a ciò che mi sta succedendo in questi giorni. Ogni mattina, quando arrivo in ufficio, accendo la luce del corridoio che introduce alla nostra e ad altre stanze, e che serve come passaggio per l’altra ala del piano. Un gesto automatico, in fondo il corridoio è senza finestre e particolarmente buio. Quando però esco dalla stanza trovo ogni volta la luce spenta. Allora la riaccendo. Dopo un po’ la ritrovo spenta. Vabbé, ma dai, sarà temporizzata, non ha senso ma sarà così. Col cazzo, talvolta ci sta anche 4 ore accesa, c’è proprio qualcuno che si prende la briga di riportare le tenebre nel corridoio, ogni volta.  Sto combattendo una guerra di nervi con un ignoto quanto agguerrito nemico. Accendo quella luce anche 10 volte al giorno, anche di più, pur di non far vincere quell’anonimo figlio di puttana (o anonima, chissà perché sono convinto che sia donna, la stronza). E me ne rendo conto che è cosa da fuori di testa, ma proprio non riesco a non incazzarmi ogni volta che trovo la maledetta luce spenta. Ma cazzo, perché? Che senso ha? Sto pensando anche di appostarmi nei pressi del corridio per osservare le persone che ci passano, ma mi frena il pensiero che il mio nemico, sentendosi osservato, non si decida a fare la sua mossa. D’altra parte gli piace operare nell’oscurità (ah ah ah ah ah ahhhh).

Sì lo so, sono stanco. Non è una giustificazione valida per la mia ossessione, me ne rendo conto, ma chi vive quotidianamente la realtà impiegatizia, conoscendone i piccoli e triviali meccanismi psicotici che vi si ingenerano, spero possa avere un po’ di comprensione per me E NON SPENGA QUELLA FOTTUTA LUCE DEL CAZZO. Grazie.

20 maggio 2014
by hardla
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Intolleranze elementari

Da un po’ di tempo ho maturato un’insolita repulsione per il genere umano.

Qualcuno, tra quelli che mi conoscono, potrà pensare che non è che anche prima. Ma la realtà è che io non ho mai avuto in odio la gente, nella sua totalità, al limite qualche selezionato e raro individuo. Certo, il mio carattere schivo può essere scambiato per misantropia, ma solo chi non ha capito niente di me può non capire la differenza. Io ho sempre avuto paura della gente, è diverso. Ho sempre avuto soggezione della gente, una soggezione figlia di insicurezza. Non ho mai odiato la gente perché mi faceva sentire inadeguato, al limite odiavo me stesso per questo stesso motivo, a questa è un’altra faccenda.

Ultimamente, però, ho iniziato a maturare un fastidio crescente per le persone, per i loro piccoli vezzi e le loro inutili opinioni. Credo che, in parte, sia colpa di Facebook, il pulpito virtuale da cui chiunque può predicare qualsiasi cazzata solo perché si sente legittimato da una bachceca che non smette di chiedere “A cosa stai pensando?”. Coloro che non si pongono limiti nel rispondere a questa domanda sono quelli più a rischio, perché sono davvero convinti che a qualcuno importi leggere il loro umore/opinione/consiglio del momento. Forse si sono perfino persuasi che la loro verve comunicativa sia figlia di un sincero desiderio di uno scambio dialettico e costruttivo. Cosa ovviamente assurda perché le persone o cercano conferme alle proprie opinioni o amano attaccare briga per sfogare le frustrazioni della settimana lavorativa, se ne sbattono altamente di partecipare a discussioni costruttive con chi la pensa in modo diverso.

Il terreno minato per eccellenza è, ovviamente, la politica. Chi scrive ad una platea così vasta lo fa per proselitismo o per deridere l’avversario. Il primo caso è, paradossalmente, il più assurdo perché di norma le persone tendono a sopravvalutare il proprio potere, il proprio carisma, l’ascendente che possono avere sugli altri. Soprattutto se si ha per le mani Facebook, un mezzo intrinsecamente concepito per convogliare messaggi al più telegrafici. Quindi o si possiede l’arguzia aforistica di Oscar Wilde o potete anche tornare a giocare a Candy Crush Saga, qualsiasi cosa sia, basta che non mi mandiate quei cazzo d’inviti. Chi deride l’avversario ha, similmente, scarsissime possibilità di sortire qualche risultato, ma almeno si sfoga un po’ ed elimina un le tossine accumulate in ufficio. Venti e passa anni di berlusconismo dovrebbero ormai aver insegnato ai più attenti che la derisione dell’avversario non è necessariamente un mezzo efficace per alienargli le simpatie. Se comunque, incuranti di queste semplici considerazioni, volete lo stesso attaccare briga, siate preparati alle prevedibili e altrettanto veementi repliche, perché raramente i vostri lettori se ne staranno buonini, impietriti dalla vostre solide argomentazioni.

Ecco appunto, quelli che deridono l’avversario sono anche i più fastidiosi da leggere: stare dall’altra parte della bacheca, soprattutto se si sta pure dall’altra parte della barricata politica, può essere piuttosto scomodo. Specialmente in tempi di campagna elettorale, come ora. Ma anche chi non ha colore politico opposto può comunque trovare fastidioso un costante e reiterato richiamo allo sberleffo e al dileggio politico, a maggior ragione se chi lo pratica non è Oscar Wilde, come abbiamo già avuto modo di osservare.

Altro target, ma non necessariamente, è quello individuato dai cosiddetti “opinionisti ad ampio raggio”. Costoro non si limiteranno ad esternare  senza filtri le proprie considerazioni politiche, vi propineranno la verità su qualsiasi argomento frulli loro nel cervello in quel momento. Queste persone sono tipicamente volitive e sicure, almeno davanti ad un monitor: raramente opinano, quasi mai ritengono, in nessun caso dubitano. E non hanno nemmeno bisogno di pensare, le loro opinioni sono frutto di una pratica consolidata, gli argomenti a supporto delle loro tesi fluiscono automatici senza esitazioni o inceppamenti, tanto il meccanismo dell’opinionista è ben oliato e registrato nel tempo. Costoro sono sempre pronti ad un confronto dialettico la cui conclusione deve necessariamente prevedere la conversione dell’interlocutore o il suo sfinimento fisico e mentale.

Ci sono poi coloro che non vogliono rinunciare a raccontare tutti i cazzi loro, non curandosi del fatto che a nessuno importa una beneamata sega. Loro mi fanno tenerezza, sono davvero persuasi che il mondo, soprattutto quello virtuale, sia popolato da magnifici esseri umani in costante empatia con le nostre emozioni e i nostri sentimenti. E non si accorgono che i commenti ricevuti sono frutto di un meraviglioso procedimento intellettuale atto ad ottenere una perfetta sintesi di massimo risultato in termini di immagine del commentatore con il minor rischio di coinvolgimenti e rotture di cazzo. Nel caso tali commenti siano troppo difficili da scrivere nell’arco di tempo designato a queste attività (pochi secondi), ci si accontenta, nell’ordine, di frasi fatte,  di simpatiche emoticon o dell’immancabile tasto “like”, grado minimo della partecipazione e ultima spiaggia del finto empatico compulsivo da tastiera.

E io? Io sono un po’ ciascuna di queste persone, ma le mie cazzate non le scrivo certo su Facebook, dove possono essere lette. Me le tengo al sicuro nella mia testa, dove sono certo che non verranno mai scovate, o al limite le scrivo qui, su questo blog, tanto il risultato è il medesimo…

 

7 maggio 2014
by hardla
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Mi cerco

Pare che ultimamente cercarsi sia diventato hobby piuttosto popolare. Conosco molte persone che si cercano e non ne fanno mistero. Molte altre si cercano, ma non ne sono consapevoli. Le prime di solito sono persone che capisco meglio, forse perché appartengo alla categoria. Le seconde invece tendono ad essere IL MALE. Costoro si cercano al buio, brancolando nell’oscurità con le braccia protese, senza saperlo, e nel mentre scontrano tutto ciò che incontrano. E scontrando fanno male agli altri, più che a loro stessi. Tutti quanti conosciamo persone così, ho un amico che sembra un magnete, forse tutti quelli che si cercano nella sua zona hanno ricevuto una mappa farlocca in cui la X, invece che al tesoro, punta diretta all’indirizzo di casa sua.

Io sono un cercatore del primo tipo. La mia ricerca è finalizzata all’autostima. Nel senso che, normalmente, non ne ho. Storicamente la cosa non mi è mai importata molto, ci sono nato così, mi è sempre sembrato normale. Col passare degli anni, però, soprattutto avvicinandomi e superando la barriera psicologica dei 40, ho iniziato ad accusare un pochino la faccenda. Insomma, essere senza autostima va bene, ma solo se vivi in un mondo di tuoi pari. Il mondo però non è così, è pieno di figli di puttana prevaricatori che farebbero carte false per fare il presidente della bocciofila del paesello di campagna. Costoro autostima ne hanno a pacchi, probabilmente sono caduti dentro il calderone da piccoli, vai a sapere, e probabilmente si sono fregati anche la tua. Spesso, molto spesso, hanno un’autostima esageratamente ipertrofica.

L’autostima, in teoria, non è di per sé una merce pregiata, è più una bella insegna per quel negozio che dovrebbe esporre tutte le altre nostre qualità. L’autostima è marketing, è pubblicità, spesso si riduce a fuffa. La sostanza dovrebbe essere altrove. Ma un’altra cosa che si impara andando verso i 40, è che la fuffa ha un valore riconosciuto dalla società. E che più ne hai più sei ricco, basta che le persone a cui la proponi non siano in grado di distinguere la fuffa dalla merce vera. E, andando sui grandi numeri, ci sono buone probabilità che sia così.

Oltre i 40 il ventaglio di possibilità a mia disposizione per accrescere la mia autostima nei confronti della società si è drasticamente ridotto. Da eliminare tutti gli sport, o quasi. Non sarò mai un campione di calcio, non guiderò mai il Genoa alla conquista della stella. Al massimo posso dedicarmi al biliardo, al bridge, alle freccette, sport che, siamo onesti, nessuno si incula manco di striscio (giusto forse gli inglesi). Ma gli sport olimpici mi sono ormai preclusi. L’astronauta pure, troppo tardi. Il supereroe nemmeno, nessun ragno radioattivo mi ha mai morsicato, e i miei genitori non erano neppure miliardari. Ma almeno sono ancora vivi.

Inizio pure a capire che, a meno di imprevedibili colpi di culo, non diventerò mai ricco. I soldi sono giusti, i soldi vanno bene, la gente adora i soldi. Ma io non ne avrò mai molti, non abbastanza da impressionare gli altri. E allora uno gioca di fantasia, si butta sull’arte, si apre un blog pensando che Bukowski è diventato famoso in tarda età  e che magari se metto insieme un paio di frasi ben scritte in un italiano comprensibile… Magari coinvolgo un po’ di lettori, magari costoro rimarranno folgorati dalla mia magnetica e misteriosa personalità e mi venereranno nelle modalità e nelle quantità a me necessarie.

Oppure rispolvero la vecchia macchina fotografica di mio padre, prendo lezioni, capisco i trucchetti minimi per non sembrare uno di quelli che spaccia per arte le proprie foto delle vacanze (facendo in realtà esattamente quello). Insomma, dopo i 40 va tutto bene, perché il tempo scorre e sei in guerra. Anche se uno sembra ridicolo, anche se le persone intorno a te si accorgono dei tuoi sforzi, va tutto bene. Anche se la gente vede come ti sbatti su facebook per fare, sostanzialmente, autopromozione. E neppure di quelle raffinate. Perché te la puoi raccontare quanto vuoi, puoi dire al mondo che lo fai per puro piacere di condivisione, di scambio, di socialità, ma lo sai che, in realtà, stai solo promuovendo in modo trasversale il culto della tua persona.

Ma va bene. Nessuna vergogna. Hai già speso abbastanza anni ignorando di essere in guerra. Ora che lo sai non ti preoccuperà mica che i tuoi sforzi di recuperare il terreno perduto vengano giudicati ridicoli, vero? Sì, va bene, la tua fuffa non è luccicante come quella degli altri, non ancora. Ma c’è gente che si allena dalla nascita a produrla, da qualche parte dovrai pure iniziare a capire come si fa. Se ci fossi stato portato l’avresti prodotta ben prima, no? Quindi naso turato, tanta pazienza, e niente dubbi. Però non rilassarti, che la strada è tanta e non puoi più perdere tempo. E molta disciplina, la fuffa è arte antica e preziosa, non puoi improvvisarti. E studia, molto, mi raccomando. E non guardare gli altri, altrimenti ti demoralizzi. Anzi, non sentirli neppure, passeranno il tempo a cercare di minare la tua volontà. Senti, fai così, chiuditi in casa, così non corri rischi. Stai lì tranquillo, concentrato, a preparare la fuffa più bella che puoi. Sbaglia quanto vuoi, basta che nessuno veda i tutoi tentativi andati a male. Poi, quando hai creato la tua fuffa perfetta, finalmente esci e la propini al mondo.

Anzi fai così, rimanici in casa. La tua fuffa sarà la più bella del mondo, perché dividerla con gli altri? Che si fottano!

24 marzo 2014
by hardla
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Protetto: Il silenzio è d’oro- II

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24 marzo 2014 - by hardla - Inserisci la tua password per visualizzare i commenti.

11 marzo 2014
by hardla
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Esiste ancora la tv?

L’altro giorno ho fatto una scoperta sconvolgente. La tv esiste ancora, ed è uguale uguale a quella che conoscevo anni fa.

Lo confesso, sono sempre stato un teledipendente. O meglio, un teleindipendente, prendendo a prestito una definizione che mi hanno dato qualche anno fa su queste pagine. Cresciuto in una casa in cui almeno uno schermo era sempre acceso, e dico ALMENO perché negli ultimi tempi in cui ho vissuto lì si viaggiava sulla media di 3 tv e 2 computer ronzanti all’unisono, ho da subito imparato a godere del mezzo televisivo in sé, in maniera spesso avulsa dai programmi effettivamente trasmessi.

Da bambino facevo periodicamente lo scan delle frequenze della mia tv per scovare nuovi canali. Ricordo con affetto il momento in cui, in qualche punto imprecisato nel tempo ma direi verso la fine degli anni ’80, ho scoperto “Music Box” un canale europeo in lingua inglese a prevalenza musicale. Si vedeva malissimo di giorno e un po’ meglio la sera, con l’analogico si poteva ancora guardare un canale distinguendo suoni e figure tra fruscii e rumore bianco, cosa che col digitale è diventata impossibile. Ma era un canale nuovo, e in inglese, per giunta. All’improvviso il mio mondo è diventato miracolosamente più vasto.

Sarà per quello che, qualche anno dopo, mi sono fatto regalare un’antenna parabolica coi controcazzi, enorme, di quelle che si spostavano con un motorino per agganciare più satelliti. Ben prima che Sky installasse una parabolina fissa nelle case di un italiano su 3. La mia perversione era captare segnali nuovi, da tutto il mondo. Scoprire cose diverse, inusuali. I più gustosi erano i canali di servizio, non destinati alla visione pubblica ma utilizzati dalle tv per trasmettere segnali ai loro centri di produzione. I canali di servizio potevano trasmettere qualsiasi cosa, dalla partita di serie a in diretta (quando ancora le partite di serie a non venivano trasmesse in tv), agli stand-up dei giornalisti prima dei collegamenti coi tg, fino ad arrivare ad aste internazionali di capi di bestiame (?!?).

In tutti questi anni non ho mai disdegnato la tv tradizionale, anzi me ne nutrivo avidamente. Ma mi piace pensare che il mio approccio  alla tv fosse un po’ diverso da quello di un semplice fruitore passivo. Non ho mai rifiutato la tv spazzatura, al contrario ci ho sempre sguazzato dentro con gusto e gioia, salvo uscirne prima di esserne contaminato in modo irreversibile. Ho sempre provato coinvolgimento per i programmi tv, ma mi sono sempre sentito più vicino alle posizioni di un critico che non a quelle di un semplice spettatore. Il mio piacere, nel guardare un programma di merda, era verificare l’esatta quantità di merda in esso contenuta. Una volta compiuta la valutazione potevo tranquillamente cambiare canale alla ricerca di nuovi stimoli.

Negli ultimi anni però ho perso il gusto per la coprofagia. Forse c’è un limite alla quantità di merda che si può ingerire senza protestare, non so, bisognerebbe chiedere a Gianni Morandi (lo so, lo so, è una leggenda metropolitana, ma la battuta mi ci stava giusta giusta…) .  Ma non volevo buttarla in caciara, non ho mai disprezzato la tv, ho sempre cercato di distinguere tra medium e messaggio (citando a caso McLuhan, che in realtà non ho mai letto ma che fa parecchio figo mettere qui). Per questo motivo non ho mai capito chi si vanta di non guardarla mai, perché non trovo particolari motivi d’orgoglio nel non fruire di un determinato mezzo. E’ sicuramente lecito farlo, ma a mio avviso è una scelta che non pone ad un livello superiore.

La tv ho continuato ad accenderla, ma invece che saltare compulsivamente di canale in canale mi sono stabilizzato su cose poco invasive (telefilm, documentari). Una serialità completamente slegata dall’attualità. Talmente slegata che ho finito per perdere il senso della realtà, dove per realtà, naturalmente, intendo la tv generalista tradizionale, fondamento unico della cultura nazionale. Per questo motivo l’altro giorno, quando sono andato a cena dai miei, mi sono stupito nel vedere Bonolis nel quiz preserale di Canale 5 dire le solite cose da Bonolis. Mi ha sorpreso vedere Barbara D’Urso, mi ero dimenticato della sua esistenza.

Ma forse la sorpresa maggiore mi è arrivata dal constatare che, in quella che per molto tempo è stata casa mia, alcune cose sono come sono sempre state: la tv rimane perennemente accesa e dentro ci trovi sempre le stesse facce e le stesse parole. Vedere i miei genitori ancorati alle loro solite abitudini mi ha rassicurato. Ci stiamo avvicinando al periodo della vita in cui “niente nuove, buone nuove”. Ma l’idea che il loro futuro sia costellato di (si spera) tanti giorni di “niente nuove” mi ha messo addosso anche un po’ di tristezza.

3 marzo 2014
by hardla
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Il torto dei vincitori

Nelle ultime ore la mia bacheca facebook è esplosa di commenti e opinioni riguardanti La Grande Bellezza e il suo freschissimo Oscar come Miglior Film Straniero. Commenti e opinioni che svariavano dall’estasiato allo sprezzante, con tutte le sfumature intermedie possibili.

Prima di continuare oltre confesso subito il mio bias positivo: ho adorato da subito il film che ho visto 2 volte, prima al cinema e poi in bluray. L’ho trovato elegante, divertente, cattivo, sublime, delicato, ironico, triste. Mi ha perfino fatto apprezzare Carlo Verdone, per il quale da anni ho dei preconcetti grossi come caseggiati sovietici.

Per questo motivo ha fatto fatica a capire alcuni dei commenti più marcatamente negativi riguardanti il film e la sua vittoria. Ho avuto l’impressione che, in molti di questi casi, la principale colpa di questo film fosse proprio quella di aver vinto.

Atteggiamento peraltro non avulso alla mentalità del nostro paese, sempre pronto a compatirti nella sconfitta (con un segreto sogghigno) quanto a disprezzarti nella vittoria (salvo cercare di sfruttarla a proprio vantaggio). L’Italia pensante, da sempre avvezza alla sconfitta, odia lo sporadico vincitore italiano a prescindere, poi razionalizza e trova dei motivi per esternare. E se è vero che “Siamo tutti dei grandi sciatori, e sport invernali” (cit.) in occasione di Olimpiadi, Mondiali, Europei et cetera è anche vero che queste vittorie sono tutte nazional-popolari (cit.), patrimonio dell’Italia cosiddetta non-pensante. Non di rado l’intellettuale se ne discosta con ostentato disinteresse. Perché spesso vincere non è chic e finisce per diventare una colpa.

In molti altri commenti, invece, ho letto comprensibili motivazioni personali per cui il film non era piaciuto ai diretti interessati. Ci posso stare, non condivido, ma ci posso stare. Il cinema può anche essere opinabile, in una certa misura (ma solo fino ad un certo punto, eh…). Se il film tocca delle corde a cui sono più sensibile e lo fa in modo non grossolano, con un linguaggio che capisco, è chiaro che la mia opinione sarà più positiva rispetto a quella di altri. Ma una delle critiche più frequenti che ho letto mi ha perplesso non poco e ne parlo qui perché: 1. molti di coloro che l’hanno evidenziata sono amici e potenziali lettori di questo blog; 2. per discorsi più articolati mi trovo meglio qui che non su facebook; 3. dall’ufficio non posso accedere a fb per controbattere e, nel frattempo, la discussione sarà sicuramente andata avanti a mia insaputa quindi tanto vale scrivere qualcosa di indipendente.

La critica è: La Grande Bellezza è un film che piace agli americani, o fatto per piacere agli americani. Mi chiedo: piacere agli americani è un limite? Se un film piace a loro deve automaticamente fare schifo agli italiani? Non mi sembra, noi italiani ci nutriamo quotidianamente di film americani che piacciono agli americani, come al resto del mondo. Ma, andando oltre, La grande bellezza è un film fatto per piacere agli americani? Non lo so, magari non solo a loro, magari non si pone un limite di nazionalità. E comunque dipende: se la domanda implica che sia un film ruffiano, fatto per racimolare statuette, beh, mi sento di dissentire. Conosco molti italiani a cui è piaciuto da subito, e non per la nomea di film da premio che s’è costruito ultimamente. Io, da italiano, mi sento molto rappresentato da questo film, non offre un’immagine finta del nostro paese, né idilliaca, anzi. La palese bellezza della fotografia e delle descrizioni è funzionale al contrasto coi personaggi. E in questo non è affatto ruffiano, tutt’altro. Mi stupisco di come i detrattori non abbiano apprezzato la spietatezza delle descrizioni di alcuni personaggi o dei dialoghi.

Per molti, poi, è necessario che un film sia politico per essere un buon film. Ma un film può essere politico senza sbatterti in faccia la politica, senza urlartela nelle orecchie, magari nascondendola dietro una forma esteticamente inappuntabile, magari usando temi meno popolari. La bellezza formale è un limite? Non credo. Rende più laboriosa la comprensione del contenuto, perche lo avvolge in un mantello sgargiante, ma dona una soddisfazione infinitamente maggiore quando ciò riesce finalmente ad avvienire. Il ruvido film indipendente girato in 16mm con poche lire e cinepresa a mano potrà anche andare diretto al punto ed essere un capolavoro sincero, se realizzato con idee buone, ma rischia anch’esso di finire nel calderone dei ruvidi film indipendenti di belle intenzioni quando invece le idee non lo supportano. La forma non prescinde dalla sostanza, sempre.

Che un film italiano piaccia all’estero proprio non riesco a vederlo come un limite. Anche e soprattutto perché non lo fa tradendo la nostra identità nazionale (metti mai che ne esista una…). Che un film italiano sia realizzato per piacere ANCHE all’estero è, di nuovo, qualcosa che non percepisco come difetto. Anche perché il cinema italiano è zeppo di pellicole autoreferenziali che non riescono ad uscire  dai giardinetti di quartiere, né ambiscono a farlo, altro che estero. L’ambizione di superare per una volta il conclamato provincialismo italiano dovrebbe essere salutato con benevola simpatia, non con ostilità e rancore. Ma, di nuovo, ho il sospetto che in certi ambiti intellettuali provare ambizioni in modo manifesto sia visto con sdegno. L’ambizione pubblica e riconosciuta è poco chic.

Non trovo La Grande Bellezza un film ruffiano, come ho letto in giro. E avere dei punti di contatto con La Dolce Vita non trovo sia un difetto. Ce ne fossero di film che provano a volare alto, ci vuole un gran coraggio per tentare e una gran bravura (e culo) per riuscire, come è successo a Sorrentino. Molti preferiscono assestarsi su una loro epicurea aurea mediocritas che, purtroppo, finisce per scivolare in una più prosaica mediocrità di realizzazione. Il film offre una visione parziale della società italiana, non ha pretese di completezza o esaustività. E forse dipingere un paese partendo dai ceti più privilegiati può far storcere il naso, soprattutto in questo momento.  Ma anche un pur ottimo film come Reality di Garrone offre una visione altrettanto parziale, seppur diametralmente opposta, del paese, e nessuno si sogna di criticarlo per questo. Forse la Grande Bruttezza è più assolvibile?

28 febbraio 2014
by hardla
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Due minuti d’odio

Oggi mi va di minchionare di fantapolitica. Sarà che è venerdì, ho già pranzato e il countdown verso le 17 rischia di occupare la maggior parte dei miei pensieri, mi ci vuole una distrazione.

E allora vi chiedo: e se Beppe Grillo fosse funzionale al sistema che lui dice di voler scardinare?

Mentre leggevo le cronache dell’espulsione dei 4 senatori del M5S, tutti ritenuti colpevoli di psicoreato, mi sono imbattuto nei commenti dei lettori. Ora, non mi è ben chiaro perché le testate giornalistiche abbiano deciso di dare parola libera a 60 milioni di mentecatti frustrati incazzosi, o meglio lo so, i commenti portano pageview al sito con conseguente impennata delle statistiche dei banner pubblicitari. Ah, ve l’avevo detto che sono contrario alla libertà d’espressione per i mentecatti frustrati incazzosi? Lo immaginavo.

Niente, dicevo. Nei commenti mi hanno colpito, tra le altre cose, le opinioni dei simpatizzanti pentastellati più allineati. In questo nocciolo duro del seguito di Casaleggio & associati ho letto, senza troppi giri di parole, una rabbia feroce nei confronti dei senatori dissidenti. Molti, per fortuna non tutti, non sembrano cogliere il concetto di dialettica interna al movimento. O si segue la linea con fiducia e cieca obbedienza o si è traditori, punto. Il dubbio non è contemplato, la proposta alternativa neppure. Non voglio addentrarmi troppo in pericolose riflessioni sulla guida del movimento e su chi traccia quella famosa linea da seguire. Né voglio smiuire il fatto che all’interno del movimento ci siano anche un gran numero di persone più propense al dubbio e al ragionamento critico.

Sarà che le reazioni forti mi spaventano, ma sento la necessità di soffermarmici un po’, per cercare di capirle, razionalizzarle. Sarà anche che ho voglia di comprendere come mai, da qualche tempo a questa parte, mi ritrovo sulla mia bacheca facebook conoscenti rabbiosi che urlano slogan tutti uguali e che non si fermano troppo a dialogare con chi avanza obiezioni. Se non la pensi come loro sei solo da disprezzare. Non ci provano neppure a convincerti con argomenti, si passa direttamente agli insulti. Non starò a dire quale periodo storico mi ricordi tutto ciò ma non c’è bisogno di bere dell’olio di ricino per capirlo.

Insomma, a me la gente che si riversa in massa sul web a vomitare slogan e odio, fa paura, di qualsiasi colore politico sia. A prescindere. Che però l’odio fosse un punto programmatico di quello che sarebbe diventato il M5S si arguiva già dalla scelta del nome V-day dove V non sta per Visitors, e neppure per Vendetta, ma per Vaffanculo, per quelli che si sono persi qualche passaggio per strada. Non mi sto a scandalizzare per una parola, su questo blog ne uso anche di peggiori: troiastronzorottinculofigliodiputtanasampdoriacaccapisciamerdapupù. Ma quella parola è piuttosto eloquente.

E’ che a me questo concittadino che mi appare sul monitor in streaming e mi dice chi e cosa devo odiare, beh mi ricorda qualcosa (e se non ci eravate arrivati lassù ad inizio post, quando ho usato la parola “psicoreato”, beh, andatevi a rileggere Orwell). E mi viene in mente che in 1984 si descrive una pratica detta “due minuti d’odio“, che consiste nel convocare riunioni “spontanee” in cui i cittadini possano manifestare e urlare tutto il loro disgusto e la loro rabbia  nei confronti del nemico, guardando tutti insieme un fastidioso filmato propagandistico della durata, appunto, di due minuti.

Cito da wikipedia:

Questo meccanismo rappresenta, tra le altre cose, una valvola di sfogo dell’aggressività dei cittadini ed un modo per demonizzazione un capro espiatorio su cui gettare tutte le colpe delle difficoltà della loro vita quotidiana. I “due minuti d’odio” sono funzionali al mantenere un controllo ancora più stretto e serrato sul popolo e sui membri del partito.

Leggo “difficoltà della vita quotidiana” e penso “crisi“, l’onnipresente crisi che ci sfianca da anni dai titoli dei telegiornali e dai banchi dei fruttivendoli.

Leggo “funzionali al mantenere un controllo sul popolo” e ripenso a questa frase di Beppe Grillo, di qualche mese fa:

Io spero in una nostra affermazione totale perché se non ci affermiamo noi ci saranno le barricate, si dovranno assumere loro la responsabilità. Noi dei 5 Stelle la rabbia la stiamo tenendo, senza di noi esploderà.

E allora mi chiedo, tornando alla domanda iniziale: e se Beppe Grillo, inconsapevolmente o meno, fosse funzionale al sistema che lui dice di voler scardinare? E se Grillo, inconsapevolmente o meno, servisse a veicolare i nostri due minuti d’odio?

Ma in fondo, e ‘stigrancazzi? Se mai si smetterà di parlare di crisi è probabile che ci ritroveremo in un nuovo periodo di moderata prosperità, un rinnovato festival di leggerezza ed edonismo come furono gli anni ’80. Tutte le questioni irrisolte su cui tanto ci accapigliamo smetteranno, all’improvviso, di sembrarci importanti. E i vaffanculo ci usciranno sempre meno spontaneamente dalle tastiere.

Se invece la crisi non finirà, se l’esaurimento dei combustibili fossili genererà un perenne stato di povertà da cui faremo fatica a riprenderci se non dopo decenni e secoli di guerre, panico, freddo, distruzioni, barbarie e infine lenti e faticosi tentativi su fonti di energia alternative, beh allora sanno cazzi globali e non ci saranno Grilli o Casaleggi che potranno salvarci.

Ah, ve l’avevo detto che oggi mi andava di minchionare di fantapolitica? Lo immaginavo.

25 febbraio 2014
by hardla
4 Comments

L’uso delle mani sui mezzi pubblici

Lungi da me l’idea di essere blasfemo. Cioé, in realtà chissene: se qualcuno si turba per queste cazzate se lo merita Alberto Sordi. Magari è una roba che ho notato solo io, non so, ma ci avete mai fatto caso che la gente, taluni almeno, si fa il segno della croce quando passa davanti ad una chiesa? Che c’è di strano, mi direte, miei saputelli del cazzo. Eccesso di zelo, devozione sopra le righe, tutto normale, no?

Tutto normale fino ad un certo punto, perché costoro il segno della croce se lo fanno solo quando sono sull’autobus. Sei sull’autobus, ti stai facendo gli affari tuoi, magari leggendo le ultime notizie sul Genoa sul tuo smartelefono e ad un certo punto, transitando davanti ad una qualsiasi chiesa, zac, la tizia di mezz’età tendente alla ragguardevole si fa il suo bravo segno della croce. Mi capita un fracco di volte, sempre sull’autobus.

Non vedo mai segnarsi la gente che cammina, a partità di chiesa. A partità di gente. Mai quella in macchina, men che mai quella in motorino, ma metti che lì magari ci sono pure motivi pratici.

Insomma, la gente sull’autobus, soprattutto quella di una certa età e soprattutto quella di genere femmineo, si segna. A piedi no. In macchina mah, in motorino figurarsi.

Tutta quella gente non ha lo smartelefono da spippolare. Non hanno un loro mondo segreto in cui rifugiarsi per cercare di ignorare il fastidio dell’altra gente che ti si spiaccica addosso sui mezzi pubblici. Cioé, ce l’hanno, solo che non è tecnologico, è più tradizionale ed immateriale e il suo culto non prevede il quotidiano aggiornamento delle app e del sistema, ma un singolo atto cumulativo di aggiornamento spirituale domenicale. Come il Genoa, del resto, e tutto torna.

Solo che io il mio smartelefono lo smanetto anche quando cammino, perché costoro a piedi se ne stanno buoni buonini?

Non lo capirò mai. O forse magari quando avrò un’età tendente alla ragguardevole e sarò troppo vecchio per spippolare il prossimo smartcoso futuribile.

Speravate in un post pruriginoso, leggendo il titolo, eh? Maiali che non siete altro…

17 gennaio 2014
by hardla
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