Oltre la verità

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Interrompo il letargo per riflettere un po’ sul significato di questa notizia: l’Oxford English Dictionary ha scelto “post-truth” come parola dell’anno.

Il concetto di “post-truth” o “postverità”, per come l’ho capito io, è un agglomerato di convinzioni o argomentazioni che non trovano riscontro nei fatti reali ma che comunque vengono diffuse a gran voce per sincera convinzione o per vantaggio personale o politico.

Le bufale, tanto per dirlo più semplicemente. Ma non solo.

Negli ultimi anni sono diventati popolari termini che prima non esistevano, o avevano una valenza molto minore. Bufala, appunto, ma anche fact-checking, la pratica di controllare dati e statistiche presenti in dichiarazioni pubbliche per verificarne l’effettiva correttezza, e tutte le derivazioni possibili di complottismo, complottista, complottaro.

In una particolare declinazione di “postverità”, bufale e complottismi sembrano uniti da un solido legame che fornisce reciproci benefici. I complottisti si nutrono di bufale, anche se nella maggior parte dei casi non sembrano esserne coscienti. E le bufale si diffondono attraverso i complottisti, come un’infezione virale in una popolazione non vaccinata. E non ho scelto questo esempio a caso.

L’aspetto che trovo preoccupante, nel rapporto bufale-complottisti, è che questi ultimi, messi a confronto con evidenze reali che provano la falsità delle bufale di cui si sono nutriti, tendono semplicemente a fare spallucce. Risposta tipo è: “vabbé, questa non è vera ma potrebbe esserlo”. Quando va bene. Quando va male si parte da “e tu ti fidi delle fonti d’informazione tradizionali? non sai che sono tutte al soldo dei poteri forti?” e si può arrivare ovunque, financo alla guerra termonucleare globale.

Il complottista ha bisogno di credere alle bufale, alle multinazionali che decidono di rovinargli la vita, a macchinazioni globali che portano a spruzzare in cielo scie chimiche velenose, o altre teorie similari. Ed è un bisogno molto diffuso e disperato. Ci vorrebbe una bella analisi psicolgica del fenomeno, e magari esiste già. Sarei curioso di capire quali sono i meccanismi interni che spingono il cugino australiano di mio padre (ad esempio) a postare sui social network il bollettino quotidiano delle malefatte di quei cattivoni di Big Pharma. E’ praticamente l’unica cosa che posta, a parte qualche articolo sul rugby. Perché? Perché questo bisogno disperato di attribuire a fantomatiche entità malevole ed esterne la causa delle nostre intime sofferenze? E perché questo bisogno si è diffuso su scala così vasta? Viviamo davvero in una società incapace di accettare gli aspetti negativi della vita senza poterne incolpare qualcun altro?

<<Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità.>> – Joseph Goebbels

Oggi non abbiamo bisogno di essere i ministri della propaganda di un reich qualsiasi per diffondere bugie globali a ripetizione. Ci basta un computer o un telefono e il confortevole calduccio della nostra stanzetta. E se la bugia che scriviamo è abbastanza convincente, se va a toccare corde sensibili della società, non avremo neppure bisogno di ripeterla cento, mille, un milione di volte. Ci penseranno gli altri a farlo al posto nostro, con condivisioni sui social network di articoli farlocchi dai titoli eclatanti e sfrontati. Tanto è stato dimostrato che la maggior parte delle persone condivide notizie solo per il titolo, senza neppure leggerne il contenuto.

In una società che finisce per maturare opinioni fortissime sulla base di informazioni parziali e volutamente fuorvianti, in cui la soglia di attenzione si è plasmata sui ritmi veloci delle bacheche social, non sorprende che si stia diffondendo anche un secondo aspetto legato alla “post-truth”: la postverità politica.

Esponenti dalla personalità molto forte sono in grado di affascinare le masse con gli argomenti che esse vogliono sentire, a prescindere dalla verità dei fatti esposti. La menzogna politica non è certo un fatto nuovo, ma l’impressione è che recentemente si sia passati dall’occasionale bugia di comodo, per quanto grande, o la necessaria omissione malevola, alla sistematica costruzione di piattaforme politiche su fragili fondamenta di bufale e dati falsi. Penso alla recente elezione di Trump, ma anche a certe sparate nostrane da parte delle forze populiste. Penso anche alla mirata demolizione sul piano personale di esponenti avversari, leggasi ad esempio il trattamento che è stato riservato a Laura Boldrini in quanto donna e sostenitrice idee di cooperazione e accoglienza decisamente diverse da quelle della destra xenofoba. Il clima d’odio e di menzogna che si è creato attorno ad una singola persona è al contempo vergognoso e spaventoso ed è ancora più assurdo il pensiero che sia stato fomentato da leader politici la cui priorità dovrebbe essere una responsabile guida delle genti, non ricercarne il consenso solleticandone gli istinti più bassi e pruriginosi.

Il fact-checking è un’attività terapeutica per chi la pratica, perché dà l’impressione di poter ristabilire un minimo di verità condivisa in un mare dilagante di cazzate sempre più sfrontate. Ma nella realtà dei fatti temo si riveli un piacere onanistico più che un utile strumento di persuasione. Prima che intervenga il fact-checking la cazzata ha già circolato nelle menti di migliaia, milioni di persone. La bugia è già diventata verità. La smentita, inevitabilmente tardiva, non potrà ormai avere un effetto dirompente. E’ come sbattere il mostro in prima pagina e pubblicare la smentita in un trafiletto a pagina 21, dopo una settimana: ormai il danno è già stato fatto.

E, per quanto sia tentato di saltellare di bacheca in bacheca a scrivere “BUFALA!” su tutte le cazzate che vedo in giro, per provare un brivido passivo-aggressivo di rivalsa contro la becera demagogia imperante, mi rendo realisticamente conto che non sortirebbe alcun effetto, a parte forse una mia epurazione dai contatti delle persone colpite.

Perché le persone sono affezionate alle loro idee e non amano che inezie come dati verificati o la verità si frappongano in un rapporto d’amore così intenso. E vuoi mica essere tu il tizio che va da loro a raccontare che, in effetti, la loro amata è non è così sincera e immacolata come credono, E che, insomma, è meglio che si facciano qualche controllo, perché un’infezione venerea, a questo punto, sembrerebbe altamente probabile.

4 Comments

  1. Tre cose:

    1. Ehi, hai scritto un post nuovo! Evviva!
    2. Ho letto un articolo tempo fa che parlava proprio del perché ci fidiamo più dell’informazione alternativa che di quella ufficiale e perché abbiamo bisogno di credere ai complotti e tutte queste cose qui, solo che adesso non lo trovo e ti devi fidare. Dovrebbe riuscirti facile, non essendo io un organo ufficiale affiliato alle multinazionali.
    Che poi non è neanche del tutto vero perché in questo momento sto resistendo a fatica dal fare acquisti su Amazon.
    3. Allevarsi una propria infezione venerea è il modo più efficace per non farsi prendere dall’ansia di sapere chi è la persona che stai frequentando. Un po’ come viaggiare in aereo con una bomba in valigia.

    • Sì chiaro, è un po’ come il principio per cui le scoregge degli altri fanno schifissimo ma le proprie danno una perversa soddisfazione per il loro fetore.
      io non ho problemi a non fare acquisti su amazon, nonostante il black friday, mi sono aperto il mio conto della carta di credito di questo mese, che mi deve ancora scendere, e mi ha fatto passare ogni voglia!

  2. ti amo come non credevo possibile!

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