Il sapore de Lammerda

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In questi giorni mesi anni mi interrogo sempre più spesso su cosa significhi essere adulti, o anche invecchiare.

Una cosa che ho capito che essere adulto mi ha portato una maggiore consapevolezza di chi sono e di cosa mi fa stare bene o male. Se mi avesse portato anche una maggiore consapevolezza su come gestire le cose che mi fanno stare male sarei stato più contento, ma ehi, non è che si può avere tutto. Pensa ai poveri bambini in Africa che non se la possono permettere la consapevolezza, non lamentarti e finisci quella cazzo di minestra.

Una cosa che ho ricevuto in dono quando sono diventato adulto è una pervasiva ansia costante. Anzi no, a pensarci bene l’ansia costante l’ho sempre avuta. Solo che ora la riconosco, ci diamo del tu e ci scambiamo pure gli auguri di Natale. Prima no, l’avevo, mi bloccava, mi condizionava in tutti gli aspetti della mia vita, soprattutto quelli sociali, ma ignoravo d’averla. Come quando in autunno ti rimetti il cappotto che hai lasciato sull’attaccapanni la primavera precedente, e nella tasca ecco che… no, non ci ritrovi 5 euro dimenticati, magari, ci trovi una gigantesca cambiale sottoscritta al momento della tua nascita e che hai sempre avuto in tasca per tutta la vita.

Che poi, esistono ancora le cambiali? E soprattutto, che cazzo sono (o erano)? Comunque ci siamo capiti.

Ma adesso la mia ansia è peggiorata, o comunque è sempre accesa, senza pause. Sì perché in questi giorni la mia vita è condizionata dal mio capo, che per convenienza narrativa chiamerò Lammerda. Egli è un tipo fondamentalmente crudele, quella crudeltà senza sfumature che trovi nella brutta letteratura, o in quella bellissima. Il classico cattivo. Ma che sia cattivo non lo dico io, che magari non vi fidate della mia opinione. Tutti quelli che hanno lavorato con lui l’hanno odiato, hanno avuto crisi d’ansia e ci hanno perso il sonno.

E chi sono io per privarmi di esperienze tanto intense e formative?

Non starò qui a dilungarmi sulle vicende che hanno portato Lammerda nella mia vita, sono troppo complesse e meriterebbero un romanzo a parte che non ho voglia di scrivere ora. La cosa importante è che odio dover interagire con lui.

Per fortuna le nostre intrazioni sono molto ridotte, lavoriamo in città diverse e non ci vediamo mai. E, per fortuna, la scarsa stima che ho nei suoi confronti è sicuramente ricambiata, quindi preferisce avere a che fare con me il minimo indispensabile, probabilmente ritenendomi un inetto, cosa che mi sono ben guardato dal voler confutare, sia chiaro.

Purtroppo, nonostante queste premesse, talvolta capita che io debba proprio averci a che fare, perché ci sono cose che faccio solo io e che non può delegare al collega più “bravo”. E in quei momenti inizia il mio supplizio. Ogni volta che ricevo una sua mail o una telefonata inizio a tremare. Anzi, peggio, ogni volta che so che dovrò interagire con lui, perché magari sono io che devo comunicargli qualcosa.

E qui la cosa si fa interessante. Perché lui vuole che le cose vengano fatte in un certo modo, seguendo un suo personalissimo criterio di procedure e gerarchie che ancora non ho capito dopo più di un anno e mezzo. E nasce un problema, perché se sbaglio si incazza. Quindi una persona normale che farebbe? Gli chiederebbe come portare avanti il compito richiesto nella modalità che lui ritiene più opportuna. Ma quando gli chiedi le cose si incazza uguale, se non di più, con fare sprezzante. Quindi io entro, come i computer, in modalità sospensione: faccio finta che lui, la cosa da fare, il mondo intero e tutto l’universo semplicemente non esistano. Talvolta mi va bene, molte volte, ovviamente no. E lui si incazza. Strano, perché mi pareva un piano a prova di bomba.

Sono arrivato, paradossalmente, a festeggiare la mia prossima perdita del lavoro, per non dover più avere a che fare con lui. Sì perché nell’ultimo anno la mia ditta ha vissuto una fase di prolungata stasi, nel passaggio da una proprietà, che è fallita, alla nuova, che ci acquista fondamentalmente per smantellare tutto e riaprire in una nuova città e fanculo a chi non si vuole trasferire.

Quindi il mio lavoro ha “fortunatamente” subito, da mesi, una frenata brusca. Ma ogni volta che devo interagire con lui mi si ripropone un conato, sempre lo stesso, che mi ricorda cosa ho mangiato nelle due settimane precedenti. E io non mangio particolamente bene, va detto. Anche sapere che fra un paio di mesi tutto questo sarà solo un ricordo non mi aiuta del tutto a vivere meno intensamente un presente troppo presente.

In questo periodo devo fare delle attività che sono percepite importanti dalla nuova proprietà e, di conseguenza, anche da lui. Perché come in una qualsiasi sceneggiatura fantozziana, Lammerda abbassa il capo con chi è più potente di lui. Probabilmente per leccare meglio il culo, visto che poi non è neppure tanto alto e non ha bisogno di piegare le ginocchia per arrivare in loco.

Vivo le giornate lavorative in costante attesa del peggio, col fiato mozzato. Lunghissime giornate, interminabili, che sarebbero piacevolmente noiose se non avessi il timore di dover avere a che fare con lui. La sera, invece, passa via troppo velocemente, per quanto mi sforzi di farla durare il più possibile. Perché più tardi vado a dormire, più tardi inizia una nuova giornata di apnea fisica ed emotiva. Giocoforza dormo abbastanza poco.

Come risultato mi ritrovo ad essere costantemente stanco anche se non mi sono ammazzato di lavoro. Non ho voglia di fare nulla, nemmeno le cose che normalmente mi danno gioia e in cui ho scelto di riporre il senso della mia esistenza in questo mondo. Annichilimento per autodifesa. Sospensione, come i computer, in attesa che i miei prossimi futuri eventi lavorativi, che da chiunque verrbbero percepiti come decisamente negativi, mi liberino di un fardello che, per una mia innata ingenuità, non pensavo potesse esistere davvero in una vita normale, senza particolari problemi.

Lo sapevo, è venuto fuori uno sfogo aspro e poco divertente. Ma oggi va che non ho molta voglia di ridere.

Vi lascio però con un interrogativo sfizioso:
Pestare Lammerda porta davvero fortuna?

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