I sogni d’una volta

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Ogni tanto mi capita di leggere articoli, post, opinioni varie che ruotano intorno ad un’unica grande verità: non c’è più spazio per i sogni. Sogni intesi come progetti di felicità concreta, non come astrazioni un po’ fricchettone volte al bene globale.

Generazioni di impiegati sottopagati, freelance alla fame, operai abulici, omai stremati dal confronto con la perdurante Crisi,  guardano ai bei vecchi tempi in cui all’uomo era concesso sognare sogni di felicità materiale, un mondo felice in cui i lavori erano sempre soddisfacenti, anzi stimolanti, dove le retribuzioni erano adeguate e dove le aspirazioni al lusso venivano sempre incoraggiate e favorite.

Ora, io non sono particolarmente giovane, ma io questi tempi memorabili proprio non riesco a ricordarli. Può essere che in alcuni brevi momenti storici la situazione economica globale o locale favorisse un clima euforico che pervadesse le menti di noi italiani, mi vengono in mente alcuni momenti degli anni ’80, lo Yuppismo prima del crollo di Wall Street nell’87, o fine anni ’90, quando qualsiasi realtà imprenditoriale che avesse un seppur vago richiamo alla parola “internet” era candidata a fare vagonate di soldi dall’oggi al domani, prima che esplodesse l’immancabile bolla.

Al di fuori di questi momenti di euforia collettiva faccio fatica ad immaginarmi una realtà molto migliore di quella attuale. Migliore, certo, la Crisi influisce non poco sulle nostre vite, come lo fece anche in altri momenti storici, per non parlare di guerre, epidemie e carestie. Ma molto migliore non credo. La verità è che i vei becchi tempi non sono mai esistiti. Non come epoche. Magari presi come singoli anni: “ah mi ricordo come si stava bene nel 1985, con i jeans Uniform col risvolto, le calze Burlington a rombi e le immancabili Timberland!”.

Spesso abbiamo la sensazione di non essere padroni del nostro tempo, è questa la maggior fonte di disagio che percepisco. Ed è un problema reale, concreto, che ci coinvolge come adulti ma solo se messo in relazione al nostro passato di bambini, adolescenti e ragazzi. Il tempo mi scivola via perché sono per 8 ore al giorno in ufficio, a cercare di dare un senso agli anni passati a cazzeggiare tra aule universitarie, locali nei vicoli di Genova, spiagge, mantenuto da una famiglia fin troppo comprensiva.

Mio padre non aveva un controllo sul suo tempo maggiore del mio. Anzi. Lui faceva straordinari che io non ho bisogno di fare, per fortuna. Suo padre, mio nonno, faceva doppi turni in fabbrica e dubito che se ne sia mai lamentato a voce alta. Probabilmente non avrà neppure pensato al tempo che non poteva gestire autonomamente. Non era quella la sua priorità. Il concetto di weekend, inteso come settimana lavorativa corta, non è poi così vecchio. Non sono così lontani i tempi in cui si lavoravano 6-7 giorni alla settimana, qui in Italia.

Il concetto di sogno come aspirazione concreta verso un obiettivo di vita forse non è recente. Ma la sua valenza popolare decisamente sì. Se oggi le masse hanno la possibilità di fare sogni, che puntualmente la realtà andrà a castrare, è perché lo sviluppo storico della nostra società nel corso dei secoli ci ha portato a coltivare la nostra libertà di pensiero. Se anche mio nonno avesse mai avuto un sogno diverso dal mantenere la sua famiglia nel maggior decoro possibile, cosa che a me sembra improbabile ma non si sa mai, si guardava bene dal lamentarsi delle sue aspirazioni deluse. Io, al contrario di mio nonno, mi sento legittimato ad esprimere delusione pubblica per il tempo che il mio lavoro porta via alle mie vaghe ambizioni di fotografo artista.

La nostra società attuale non condanna più, anzi favorisce, almeno a parole, il perseguimento di obiettivi più alti di noi. Ma è anche ovvio che la società, attuale o futura, difficilmente si potrebbe mantenere in vita con una popolazione composta di soli musicisti, fotografi, scrittori, calciatori e cantanti. Per questo motivo le nostre legittime aspirazioni saranno, nel 99% dei casi, deluse.

E qui si pone la domanda che non ho ancora scritto: avere finalmente ricevuto il permesso di perseguire stravaganti ambizioni ci rende più felici o ci cagiona un danno per l’inevitabile e quasi certa delusione? I nostri avi erano più felici o frustrati dal non poter manifestare ragionevoli o irragionevoli aspirazioni personali? Il solo fatto che il nostro ventaglio di possibilità si sia dischiuso, a mio avviso, è un fatto positivo, ma la disparità tra velleità e realtà è difficile da gestire, soprattutto quando siamo stati incoraggiati ad aspirare a qualcosa di meglio e a non accontentarci.

In questo i bei vecchi tempi esistono davvero: nei bei vecchi tempi la gente non si poneva così tante domande, non si analizzava così tanto e, alla fine, l’ineluttabilità poteva venire scambiata pure per serenità. Ma i bei tempi felici, beh, quelli sono solo nella nostra fantasia collettiva.

3 Comments

  1. Credo che perseguire stravaganti ambizioni ti renda più felice. Se c’è una cosa che ci accompagna sempre, quella è la speranza (la speranza che delude sempre! Come dice Turandot). Ma la speranza senza un obiettivo non esiste. E se non c’è nulla è vero che non c’è la delusione, ma c’è un mondo arido che io auguro solo si miei peggiori nemici!

  2. E poi c’è sempre la speranza della gloria immortale!

  3. fino a quando il nostro pianeta non morirà, sperando che la razza umana trovi il modo per propagarsi anche in qualche altro pianeta… non esiste la gloria immortale, esiste quella transitoria, e quella che perdura per un po’, ma immortale no.

    però un po’ di gloria transitoria non mi farebbe schifo, con buona pace di mio nonno, che probabilmente non capirebbe questo mio desiderio

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