Attaccate a ‘sta katana

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Questa volta per parlare del mio viaggio a Tokyo inizierò dalla fine, perché la fine è oggi e ce l’ho ben presente in testa.

Ieri ero ancora a Tokyo, ma poteva essere benissimo il mese scorso o due anni fa. Il volo intercontinentale e 7 ore di transito notturno nella zona partenze dell’aeroporto di Istanbul hanno avuto il potere di annullare ogni ricordo a breve termine legato al Giappone, di farlo scivolare verso quella zona della memoria che si occupa delle esperienze ormai concluse da un po’. Un viaggio lungo e faticoso, come quello che ho terminato appena qualche ora fa,  ha la prerogativa di inserire una cesura importante nel normale fluire delle mie esperienze.

Forse sono solo stanco, ma Tokyo mi sembra ormai davvero molto distante.  Forse domani ritroverò la freschezza dei ricordi recenti (come del resto sono) invece di quella vaga e confusa impressione che mi sto portando dietro da qualche ora. Forse domani sarò in grado di raccontare a mio padre cosa ho fatto in queste due settimane all’estero, invece di balbettare incomprensibili accenni a sensazioni, suoni, luci e odori. Le stesse cose che dicevo anche dopo il primo viaggio, tre anni fa.

Solo che allora ero più giustificato, ero sopraffatto dalla novità della cosa. Questo viaggio è stato più consapevole, mi ero già tolto allora le voglie da turista, avevo già provato l’ebbrezza di affrontare da solo un viaggio intercontinentale per riunirmi alla mia amata in capo al mondo, come per caso. Avevo già sperimentato le sensazioni, i suoni, le luci e gli odori di cui ho cianciato per 3 anni con chiunque abbia avuto la sventura di chiedermi, o anche no. La forza della scorsa esperienza è stata tale che avevo paura di rovinarne il ricordo. E, a ben vedere, avrei dovuto capire da subito che la realtà di questo nuovo viaggio non poteva competere con l’idealizzazione di quello vecchio. Almeno fino a quando non ho iniziato a creare dei nuovi ricordi, invece di cercare di rivivere quelli passati.

Che i due viaggi abbiano delle somiglianze è innegabile, ma alla fine sono state le differenze a rendere memorabile pure quest’ultimo. E di ciò devo ringraziare anche Dedee, che ha deciso di unirsi a noi per qualche giorno, con la scusa di festeggiare il mio 40mo compleanno, e che ci ha dato l’occasione di risfoderare quelle atmosfere un po’ cazzare che ci erano così consuete quando ancora i nostri anni non si misuravano col suffisso -anta, e che le distanze ormai intercontinentali tra i nostri domicili hanno inevitabilmente un po’ sopito. Almeno per quantità, la qualità rimane sempre la medesima, bassissima. Santuzza poi meriterebbe un post a parte, ma, essendo io estremamente riservato, non lo leggerete mai.

Anzi no, una cosa voglio raccontarvela. Ieri lei era già ripartita per l’Italia, mentre io avevo altre 12 ore da far trascorrere prima del mio volo. Ora dovete sapere che la solitudine, in condizioni normali, non mi spaventa affatto. Ma ieri, sapendola già in volo, ritrovandomi in giro per Tokyo da solo, come tante altre volte nelle scorse due settimane, ma senza la possibilità di incontrarla la sera in albergo, beh, mi sono sentito un po’ perso. In questi giorni sono stato spesso da solo, come del resto anche 3 anni fa, in fondo lei era in città per lavorare, e io mi ritrovavo con molto tempo libero da spendere. Spesso, in quelle occasioni, ho vagato ricercando situazioni di estrema solitudine per esigenze fotografiche, come dirò più avanti, ma anche per mia indole. Ecco, in nessuno di quei momenti mi sono sentito a disagio. Perché Tokyo è una città che comunica un estremo senso di sicurezza, certamente, ma soprattutto perché sapevo che comunque, qualche ora più tardi, l’avrei ritrovata. Ieri, invece, mi sono sentito solo. Ed è una cosa che non mi succede spesso, non nel senso letterale del termine.

Ho accennato alla fotografia. Non voglio farla lunga e difficile, ma tra la prima e la seconda volta che ho visitato Tokyo, per me, fotograficamente parlando, è cambiato il mondo. Tre anni fa ero un turista che si dilettava a scattare fotografie, senza troppe idee o costrutto. Questa volta mi piace pensare di essere stato un fotografo, seppur non professionista, che visita un paese lontano in cerca di opportunità. Ero molto concentrato, ho girato quasi tutto il tempo con 2 macchine e un corredo di obiettivi, cavalletto e rullini di scorta. mi annotavo mentalmente posti interessanti e facevo in modo di tornarci quando le codizioni di luce diventavano più favorevoli. In questi 3 anni ho scoperto una passione sincera per la fotografia, ho scoperto in me delle qualità che non pensavo di possedere, e mi sono convinto a fare di tutto affinché opportunità di questo tipo (viaggi del genere non capitano tutti i giorni) non andassero sprecate, anche a rischio di apparire fanatico a girare tutto il giorno, tutti i giorni, con zainetto e cavalletto in spalla.

Ecco, alla fine ho parlato di tutto, trane che di Tokyo. Avrei voluto dire quanto questa volta sia riuscito a visitare luoghi non banali, posti che non figurano sulle guide turistiche ma che più autenticamente possono rivelarci indizi sul vero stile di vita degli abitanti della città. Ho visto quartieri alveari dove gli impiegati vanno a dormire, enormi palazzoni anonimi, in cui vivono centitnaia di persone, dietro porte tutte uguali, in appartamenti tutti uguali. Ho visto, al contrario, zone residenziali bellissime che si affacciano su cimiteri non recintati, e la gente non pare turbata ad attraversarli di notte. Villette monofamiliari di stile tradizionale o di stile minimalista moderno integrarsi fianco a fianco in un contesto urbano decisamente caotico . Ho visto anche posti più modesti,  appartamenti in piccoli palazzi bi o trifamiliari, ho visto le lavanderie a gettone che servono tutta la zona, il negozietto aperto 24h al giorno, i ristorantini tradizionali, non quelli per turisti, quartieri interi come quelli dei cartoni animati di quand’ero piccolo.

Tutto questo mi sarebbe stato precluso se l’ovvio non l’avessi già esaurito in massima parte col primo viaggio. Poi magari non verrà fuori una foto decente che sia una, e mi spiacerebbe non poco, visto l’impegno profuso. Ma alla fine ciò che resta è la piacevole sensazione di aver iniziato a capire come funziona quella città, quella gente, nonostante le condizioni ambientali non certo favorevoli e una cultura a tratti ancora molto incompresibile. E resta pure la certezza di aver vissuto, ancora una volta, seppur in modo diverso, un’esperienza incredibile che, ancora una volta, mi rimarrà appiccicata alla pelle in modo difficilmente reversibile.

E, in ogni caso, ricordatevi questa illuminante massima di vita giapponese: ‘ndo vai se la katana non ce l’hai?
Arigato gozaimasu.

10 Comments

  1. ma invece hai scritto un bel post! e poi dovremmo continuare il nostro manuale per l’italiano medio!
    che dire, siamo stati proprio bene, a questo punto può esserci solo il declino!
    Certo, se avessimo preso subito l’uscita di Hacicko sarebbe stato di più il tempo a disposizione con Diego… ma non te lo faremo pesare, promesso!
    sono sicura che ci saranno bellissime fotografie e non vedo l’ora di vederle.

    • un vagare eterno tra i meandri della stazione… e io che ero venuto apposta per stare con voi…. 🙁

    • certo che dobbiamo continuare, le due cose non sono mica mutuamente esclusive!
      Per le foto ci spero tanto, non sapere ancora se qualcosa di decente è uscito fuori è un po’ stressante, ma è anche parte del fascino di scattare a pellicola. Alcune di quelle fatte in digitale non sono male, devo solo capire come integrarle, se sarà possibile, con le altre.

  2. il mio post sul Giappone non lo leggerete mai, troppo brutto, colpa nell’ordine di: una pinta di Kirin, un Suntory e soda, un Gin Tonic, due bicchieri di Shiraz e due Baileys.

  3. no più che altro è Mr. Lombardo che ringrazia 🙂

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