13 aprile 2017
by hardla
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Tornare avanti

Ho scoperto che quando si invecchia iniziano a piacerti canzoni che non avevi mai considerato. Un po’ come coi cibi, ma in maniera più intensa.

Gli Spandau Ballet non hanno avuto alcun ruolo nella mia vita. Nella cruenta lotta Spandau-Duran sono sempre riuscito a mantenere una posizione neutrale, con una lievissima tendenza verso i Duran Duran, dei quali almeno conoscevo una o due canzoni che proprio non potevi evitare in quegli anni.

True, la canzone più famosa degli Spandau Ballet, la sopporto con indifferenza. Un po’ come si sopportano tante canzoni che senti per radio ma che non ti parlano davvero. Come Purple Rain di Prince, come innumerevoli altre.

Per questo ho inziato a riflettere al motivo che mi ha spinto ad ascoltare a ripetizione proprio Gold e I’ll fly for you e non altre più celebri. E il motivo, com’era facile aspettarsi, non è la musica in sé.

E’ che mi scopro sempre più frequentemente alla ricerca di tutte le madeleine che riesco a trovare, prima che vadano del tutto a male. E quando ci riesco, quando per caso sento una canzone che mi solletica il neurone più di altre, la metto a nastro su youtube per fissarne meglio l’impressione.

Chissà quante volte in quell’estate del 1984 avrò sentito I’ll fly for you suonare nel jukebox del bar in campagna. Chissà quante volte l’avrò sentita anche le estati successive, perché nel jukebox in campagna le canzoni non le cambiavano mica tanto spesso. Sicuramente un numero sufficiente da lasciar sedimentare per 33 anni una latente ma persistente impressione di sé.

Tanto persistente da farsi riconoscere nel 2017. Come Gold, o come Fade to Gray dei Visage, Harden my heart dei Quarterflash. Come tutte le altre che, dopo essersi fatte conoscere, non erano entrate a far parte della mia vita cosciente e che solo negli utlimi anni ho tentato di salvare dal progressivo inevitabile oblio personale.

Lasciamo perdere considerazioni musicali, forse non tutto quello che sono riuscito a salvare meritava di essere ricordato in sé. Non per meriti artistici, almeno. Ma francamente ho passato l’età in cui bisogna ascoltare le cose perché si deve, perché è fico o perché ne vale oggettivamente la pena. Ho sempre ascoltato roba per solleticare la memoria, una delle prime cose che ho fatto con internet, una ventina d’anni fa, è stato scaricare tutte le sigle dei cartoni animati, anche quelli che non ho mai guardato.

Di recente però la memoria ha iniziato a parlarmi a voce più alta e non solo per mezzo della musica. Solo l’altro giorno ho capito perché faccio le foto che faccio e perché uso il rullino per farle, invece che un sensore.

La verità è che sto cercando di fotografare i miei ricordi o meglio l’idea dei miei ricordi. Tutto ciò che mi riporta alle atmosfere che ho vissuto da piccolo, un’insegna, un particolare tipo di tenda o di serranda, un cartello stradale arruginito scritto con un font anni ’70. I fichi d’india della mia vacanza in Calabria coi miei genitori. I fiori che avevamo nel giardino in campagna.

I miei ricordi non sono nitidi come una foto digitale, chiari e taglienti come solo un sensore può darteli. I miei ricordi sono pastosi, confusi ai bordi, talvolta a grana grossa o con vistosi difetti o carenze, come i rullini delle foto che facevamo tutti fino a 15 anni fa. E mi va benissimo catturarli in pellicola, perché così sono sempre stati.

Mi piace pensare che nutrirmi di nostalgici biscotti francesi non sia uno sterile esercizio passivo ma che al contrario serva ad alimentare qualcosa di nuovo. Non so cosa farò della mia collezione di ricordi in pellicola, ma l’idea di poterne fare qualcosa, l’idea di cercare nuove figurine, spinge avanti il mio sguardo invece che ripiegarlo indietro con tristezza. E di questi tempi non è poca cosa.

 

20 gennaio 2017
by hardla
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Fantozzi è una cagata pazzesca

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No, non è vero, scherzo. Adoro Fantozzi. Ma colgo lo spunto per riversare i miei soliti due minuti di rabbia da blog contro chi ha l’abitudine di fare solo affermazioni assolute.

“Questo libro è un capolavoro, quel film è una merda, quella serie è terribile, quell’attore è un cane.”

Assolutismi. Sempre.

Io tendo a capire chi, spinto da un momentaneo o duraturo entusiasmo, si lasci andare a lodi smodate parlando di cose che ha apprezzato assai. Mi sta bene. E’ comunque un atto d’amore, un’espressione di sentimenti positivi. Che magari portano a trascendere e a disprezzare chi ha maturato un’opinione diversa. E qui già capisco meno.

Chi proprio non capisco, e segretamente disprezzo, è chi fa della stroncatura assoluta un proprio vezzo: in parte per costruire una facile aura da “espertone di stocazzo” e in parte per affermare la propria superiorità su chi accenna ad abbozzare dei distinguo o ad introdurre sfumature intermedie.

Queste persone a Genova verrebbero chiamate “mugugnoni”, termine efficacissimo che va a risolvere un annoso problema che riguarda la mia città. A Genova il mugugno è sacro ed è diritto di tutti dalla nascita, la mia fidanzata non genovese non lo capisce del tutto, tende a prendere il nostro mugugno alla lettera, fino a pensare che la negatività genovese non conosca limiti. Il limite invece esiste ed è imposto dall’appellativo di cui sopra. Quando uno è definito “mugugnone” ha superato una invisibile linea di decenza anche per i pur tolleranti standard genovesi.

Quando Fantozzi pronuncia la celebre frase “la Corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca”, non lo fa in modo assoluto, la frase completa è Per me la Corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca”. “Per me”. Sembra un dettaglio banale ma è fondamentale, sposta l’indicatore da assoluto a relativo. Non esclude altre possibili opinioni.

Poi vabbé a quel tempo la scena faceva sorridere perché andava a colpire una moda tutta anni ’70 di imboccare a forza modelli culturali ridicolmente elevati a persone che non erano pronte ad assimilarli e che magari non ne avevano neppure voglia. Ma oggi la stessa scena mi fa anche un po’ paura, perché il concetto di “ignoranza al potere” non è più una ridicola e assurda boutade, ma un tragico dato di fatto che permea la nostra vita sociale e politica tutti i giorni.

Se negli anni ’70 eri obbligato a vergognarti della tua scarsa cultura, al punto di essere costretto a simularne una per pararti il culo, oggi viene deriso il “professorone” che rifiuta la semplificazione facilona di concetti che magari facili non sono, in nome di una diffusa convinzione generale che basti il buon senso della gente semplice per risolvere ogni problema. E’ il rischio di quando il relativo diventa assolutismo del relativo. Non tutte le opinioni hanno lo stesso peso, non ha senso professare il contrario.

Lo confesso: io non sono riuiscito a finire “Infinite Jest” di David Forster Wallace, ho fatto una fatica porca e ora è in stand-by da qualche mese sul mio mobile dell’ingresso. Per finire “Cent’anni di solitudine” ho dovuto tirare fuori tutta la mia forza di volontà, me lo sono imposto, ma non posso certo dire d’essermelo fatto piacere.

Ma non vado in giro a dire che quei libri erano merda. Non pretendo di saperne più di chi li ha scritti o di chi ha i mezzi culturali per esprimere un giudizio molto più informato del mio. So che sono due tra i romanzi più importanti della letteratura mondiale, non mi sento di bollarli come “cagate pazzesche” solo perché io non sono stato in grado di coglierne la grandezza. Piuttosto mi sento umiliato, perché non ho visto la bellezza dove molti altri l’hanno trovata. Posso anche arrivare a sentirmi un po’ inferiore, per sensibilità o cultura, a chi ha amato quei due libri.

E credo sia giusto arrivare ad ammettere un certo grado di inferiorità. Se non sono in grado di riconoscere i miei limiti non potrò mai superarli. Socraticamente so di non sapere, ma non ne vado fiero. In questo senso l’espertone di stocazzo e l’ignorante al potere si assomigliano molto: entrambi bastano a loro stessi e non ammettono turbamenti alle loro convinzioni.

E per me entrambi sono dei cazzoni pazzeschi. Per me.

25 novembre 2016
by hardla
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Oltre la verità

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Interrompo il letargo per riflettere un po’ sul significato di questa notizia: l’Oxford English Dictionary ha scelto “post-truth” come parola dell’anno.

Il concetto di “post-truth” o “postverità”, per come l’ho capito io, è un agglomerato di convinzioni o argomentazioni che non trovano riscontro nei fatti reali ma che comunque vengono diffuse a gran voce per sincera convinzione o per vantaggio personale o politico.

Le bufale, tanto per dirlo più semplicemente. Ma non solo.

Negli ultimi anni sono diventati popolari termini che prima non esistevano, o avevano una valenza molto minore. Bufala, appunto, ma anche fact-checking, la pratica di controllare dati e statistiche presenti in dichiarazioni pubbliche per verificarne l’effettiva correttezza, e tutte le derivazioni possibili di complottismo, complottista, complottaro.

In una particolare declinazione di “postverità”, bufale e complottismi sembrano uniti da un solido legame che fornisce reciproci benefici. I complottisti si nutrono di bufale, anche se nella maggior parte dei casi non sembrano esserne coscienti. E le bufale si diffondono attraverso i complottisti, come un’infezione virale in una popolazione non vaccinata. E non ho scelto questo esempio a caso.

L’aspetto che trovo preoccupante, nel rapporto bufale-complottisti, è che questi ultimi, messi a confronto con evidenze reali che provano la falsità delle bufale di cui si sono nutriti, tendono semplicemente a fare spallucce. Risposta tipo è: “vabbé, questa non è vera ma potrebbe esserlo”. Quando va bene. Quando va male si parte da “e tu ti fidi delle fonti d’informazione tradizionali? non sai che sono tutte al soldo dei poteri forti?” e si può arrivare ovunque, financo alla guerra termonucleare globale.

Il complottista ha bisogno di credere alle bufale, alle multinazionali che decidono di rovinargli la vita, a macchinazioni globali che portano a spruzzare in cielo scie chimiche velenose, o altre teorie similari. Ed è un bisogno molto diffuso e disperato. Ci vorrebbe una bella analisi psicolgica del fenomeno, e magari esiste già. Sarei curioso di capire quali sono i meccanismi interni che spingono il cugino australiano di mio padre (ad esempio) a postare sui social network il bollettino quotidiano delle malefatte di quei cattivoni di Big Pharma. E’ praticamente l’unica cosa che posta, a parte qualche articolo sul rugby. Perché? Perché questo bisogno disperato di attribuire a fantomatiche entità malevole ed esterne la causa delle nostre intime sofferenze? E perché questo bisogno si è diffuso su scala così vasta? Viviamo davvero in una società incapace di accettare gli aspetti negativi della vita senza poterne incolpare qualcun altro?

<<Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità.>> – Joseph Goebbels

Oggi non abbiamo bisogno di essere i ministri della propaganda di un reich qualsiasi per diffondere bugie globali a ripetizione. Ci basta un computer o un telefono e il confortevole calduccio della nostra stanzetta. E se la bugia che scriviamo è abbastanza convincente, se va a toccare corde sensibili della società, non avremo neppure bisogno di ripeterla cento, mille, un milione di volte. Ci penseranno gli altri a farlo al posto nostro, con condivisioni sui social network di articoli farlocchi dai titoli eclatanti e sfrontati. Tanto è stato dimostrato che la maggior parte delle persone condivide notizie solo per il titolo, senza neppure leggerne il contenuto.

In una società che finisce per maturare opinioni fortissime sulla base di informazioni parziali e volutamente fuorvianti, in cui la soglia di attenzione si è plasmata sui ritmi veloci delle bacheche social, non sorprende che si stia diffondendo anche un secondo aspetto legato alla “post-truth”: la postverità politica.

Esponenti dalla personalità molto forte sono in grado di affascinare le masse con gli argomenti che esse vogliono sentire, a prescindere dalla verità dei fatti esposti. La menzogna politica non è certo un fatto nuovo, ma l’impressione è che recentemente si sia passati dall’occasionale bugia di comodo, per quanto grande, o la necessaria omissione malevola, alla sistematica costruzione di piattaforme politiche su fragili fondamenta di bufale e dati falsi. Penso alla recente elezione di Trump, ma anche a certe sparate nostrane da parte delle forze populiste. Penso anche alla mirata demolizione sul piano personale di esponenti avversari, leggasi ad esempio il trattamento che è stato riservato a Laura Boldrini in quanto donna e sostenitrice idee di cooperazione e accoglienza decisamente diverse da quelle della destra xenofoba. Il clima d’odio e di menzogna che si è creato attorno ad una singola persona è al contempo vergognoso e spaventoso ed è ancora più assurdo il pensiero che sia stato fomentato da leader politici la cui priorità dovrebbe essere una responsabile guida delle genti, non ricercarne il consenso solleticandone gli istinti più bassi e pruriginosi.

Il fact-checking è un’attività terapeutica per chi la pratica, perché dà l’impressione di poter ristabilire un minimo di verità condivisa in un mare dilagante di cazzate sempre più sfrontate. Ma nella realtà dei fatti temo si riveli un piacere onanistico più che un utile strumento di persuasione. Prima che intervenga il fact-checking la cazzata ha già circolato nelle menti di migliaia, milioni di persone. La bugia è già diventata verità. La smentita, inevitabilmente tardiva, non potrà ormai avere un effetto dirompente. E’ come sbattere il mostro in prima pagina e pubblicare la smentita in un trafiletto a pagina 21, dopo una settimana: ormai il danno è già stato fatto.

E, per quanto sia tentato di saltellare di bacheca in bacheca a scrivere “BUFALA!” su tutte le cazzate che vedo in giro, per provare un brivido passivo-aggressivo di rivalsa contro la becera demagogia imperante, mi rendo realisticamente conto che non sortirebbe alcun effetto, a parte forse una mia epurazione dai contatti delle persone colpite.

Perché le persone sono affezionate alle loro idee e non amano che inezie come dati verificati o la verità si frappongano in un rapporto d’amore così intenso. E vuoi mica essere tu il tizio che va da loro a raccontare che, in effetti, la loro amata è non è così sincera e immacolata come credono, E che, insomma, è meglio che si facciano qualche controllo, perché un’infezione venerea, a questo punto, sembrerebbe altamente probabile.

16 settembre 2015
by hardla
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Quello che se n’è andato

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Dell’improvviso e sorprendente amore di mia madre per i social network magari parlerò in futuro, ma la sua frenetica attività sul gruppo facebook del paese di campagna in cui abbiamo una casa, e dove ho trascorso tutte le mie vacanze estive fino ai 18-20 anni, mi ha riportato alla mente un pensiero che mi rinviene su ciclicamente, ma che forse non ho mai messo #000000 su #FFFFFF in questo blog*.

Quando ero ragazzo, nel paesello di campagna di cui sopra, conoscevo tutti i residenti e i villeggianti, almeno di vista. Era inevitabile. Le facce nuove, sulla piazza del paese, si notavano più di un rutto in chiesa, se mi si passa la metafora gastro-clericale.

Le facce che mi incuriosivano di più erano quelle che dimostravano un alto grado di familiarità con un vasto numero di persone. Facce che conoscevano il posto e la gente, ma senza far parte del paese. Facce, come scoprivo in seguito, che in passato avevano fatto parte di quel tessuto sociale ma che, per una ragione o per l’altra, se n’erano andate per i casi loro.

Tornavano al paese per salutare i vecchi amici, o per un nostalgico tuffo nei luoghi del passato. Alcuni di loro possedevano ancora una casa in loco, alcuni avevano perfino la famiglia lì.

All’epoca la domanda che mi incuriosiva di più era “perché se ne sono andati?”. Una domanda che, per ovvie ragioni di timidezza, rimaneva sempre inespressa, ma il quesito mi sembrava particolarmente interessante. Da ragazzo facevo fatica a comprendere come la vita non fosse necessariamente un percorso ineluttabile su un sentiero già segnato. Ciò che era, beh, non poteva essere altrimenti. Ed è un concetto che ho faticato a scardinare dalle mie convinzioni fino all’età adulta, e pure oggi mi ci picchio parecchio.

E’ ovvio che un ragazzo convinto dell’immutabilità delle cose e che da sempre era abituato a passare tutte le estati nello stesso luogo faticasse a capire quelle facce aliene. Né tanto meno si sarebbe immaginato di poter diventare una di loro, in un futuro nemmeno troppo remoto.

Da un anno all’altro ho scoperto che la vita in città, senza genitori per casa, ma con la vespa e gli amici a disposizione, era preferibile all’ennesima estate trascorsa a contare i giorni sul calendario. O almeno così mi sembrava la campagna intorno ai 20 anni, da piccolo era tutt’altra faccenda.

E anno dopo anno ho diradato le mie apparizioni fino ad assestarmi ad un rituale atto di presenza per la festa del paese, a ferragosto. Giorno in cui raggiungevo la famiglia, salutavo gli amici che ancora erano rimasti, e vagavo per i luoghi della mia memoria.

Come le facce di quando ero piccolo.

Ero diventato anche io uno che se n’è andato. Ma il perché me ne fossi andato non mi sembrava più molto interessante come quesito. In effetti era piuttosto ovvio. La domanda che ora porrei alle facce di un tempo è “come ti sei sentito a ritornare?”. Ecco, quella sì che è una domanda interessante, ma non credo di poter dare la mia personale risposta in questo post. Magari nel prossimo, anche perché questo ormai è finito.

 

* Va bene, #777777 su #FFFFFF, per i più precisini. Per tutti gli altri, guardate qui

18 marzo 2015
by hardla
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Niente sesso, siamo inglesi

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Downton Abbey. Parliamone.

Dal momento che con Santuzza abbiamo passato gli ultimi due weekend a fare maratone delle prime due stagioni, mi sento abbastanza pronto a rivelare al mondo la mia opinione sulla suddetta serie.

Innanzi tutto sgombriamo il campo da ogni dubbio. E’ una telenovela. In salsa british, edoardiana, ben infiochettata, ma pur sempre una telenovela. Lo scrivo chiaro perché, dopo aver visto il primo episodio non ero sicuro della piega che avrebbe preso la storia.

E’ un prodotto incredibilmente accattivante, godibile, visivamente impeccabile, confezionato in modo superbo. Scenografie meravigliose, ricostruzioni storiche, attori di alto livello. Purtroppo arrivato il momento di assumere gli sceneggiatori il budget era finito e s’è scelto di fare senza, tanto il mondo è pieno di vecchi film a cui rubare questa o quella storia d’amore. E infatti il principale problema di Downton Abbey è che sai quello che succederà con un anticipo variabile dai 5 minuti alle 2 puntate, a seconda di quanto tirano per le lunghe la situazione.

Altro problema, sempre di scrittura, è che i personaggi sono in bianco e nero. Ci sono i buoni buoni e i cattivi cattivi. Qualcuno raramente si permette cambi di registro, ma cerca di non farsi beccare dalla produzione, altrimenti lo fanno fuori.

Le uniche battute davvero valide sono state scritte per la meravigliosa Maggie Smith, che iddio la benedica e la preservi ancora a lungo! Ma per gli altri personaggi non si sono sbattuti più di tanto: vorrei contare quante volte ho sentito la frase “non ti biasimo” in queste prime 16 puntate. Sono fermamente convinto che Downton Abbey abbia battuto il record mondiale per il maggior numero di occorenze al minuto del verbo “biasimare”. Se qualcuno s’è preso la briga di conteggiarle. In caso contrario, comunque, non lo biasimerei…

Evidentemente le scimmie urlatrici che hanno assunto al posto degli sceneggiatori ritenevano il verbo incredibilmente consono all’atmosfera edoardiana.

E veniamo alle note pruriginose, che hanno ispirato il titolo di questo post, il titolo più originale della storia.

A Downton Abbey non si scopa mai. Per principio. E, al momento in cui scrivo, l’arco temporale della storia che ho avuto modo di vedere è di circa 8 anni, dal 1912 al 1920. Vabbé che c’è stata una guerra mondiale di mezzo, ma pure così mi sembra un po’ eccessivo.

Le uniche volte in cui s’è fatto riferimento diretto (o allusione specifica) al sesso è successo che (attenzione, seguono SPOILER):

  1. un personaggio giovane e prestante è morto d’infarto durante la copula
  2. una servetta viene sedotta e abbandonata da un ufficiale di passaggio, viene beccata e licenziata, finisce col partorire in povertà e sarà costretta a prostituirsi per mantenere il figlioletto; nel frattempo l’ufficiale seduttore muore (e te pareva), i suoi genitori cercano di portare via il bimbo alla povera stolta
  3. una nobile e un autista si innamorano e si sposano: sicuramente avranno anche scopato, dopo le nozze, ma per farlo hanno dovuto esiliarsi in Irlanda, uscendo virtualmente dalla storia
  4. sguattera e servo si sposano, lui muore dopo 6 ore, senza aver consumato, ovviamente
  5. valletto e cameriera si sposano: probabilmente scopano, ma poco dopo lui viene arrestato e condannato all’ergastolo per omicidio della prima moglie
  6. conte e contessa scopano, lei rimane incinta, ma perde il figlio scivolando su una saponetta bagnata (no, giuro! la prossima volta cosa faranno? una buccia di banana? una torta in faccia?)

Tutti. Gli. Altri. Personaggi. Non. Scopano. Mai.

Che è anche normale dal momento che far sesso porta evidentemente una sfiga incredibile.

A maggior ragione in un contesto dove LUI è il figo, il Fonzie della situazione (non che Fonzie fosse molto meglio, comunque).

 bates

No, sul serio, lui. Il sosia di Droopy! Quello per cui struggersi d’amore e disperarsi…

Droopy_dog

 

E nonostante tutto ciò che ho appena scritto, nonostante il mio sarcasmo profuso a pacchi regalo, il prossimo weekend saremo di nuovo lì, sul divano, a guardarci la terza serie.

Perché le telenovele sono così, ti acchiappano a prescindere dalla qualità. E per fortuna ogni tanto c’è la classica battuta caustica di Maggie Smith che ti dà la forza per proseguire. No perché con Breaking Bad veniva anche facile fare le maratone, ma provateci voi a spararvi 8 ore di Downton Abbey in un solo pomeriggio senza qualche momento comico a ritemprarti.

E non biasimatemi se dopo 8 ore di seguito mi rompo un po’ i coglioni!

12 marzo 2015
by hardla
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Eterna giovinezza

Mi incuriosisce molto il film-documentario “Kurt Cobain: montage of heck”, spero che esca presto al cinema, anche qui in Italia.

Ogni generazione ha uno o più simboli e Kurt Cobain è stato sicuramente uno dei più luminosi e rumorosi della mia.   Una delle caratteristiche che rende tale un mito è, necessariamente, la morte. E in questo Kurt non ebbe nulla da invidiare a simboli anche più celebri di lui. La sua morte la decise da solo, consapevomente, autonomamente, coerentemente, con una fucilata in faccia. Niente mezzi suicidi o autodistruzioni progressive. Un taglio netto e via.

Quello che, all’epoca, ci fece innamorare dei Nirvana, fu l’enorme carica di rabbia non patinata. D’altra parte ne uscivamo dagli anni ’80, dove il rock brillava di lacca per capelli e i suoni erano comunque molto addomesticati. Le chitarre sporche, con quei suoni tipo grattugia sul vetro, erano una piacevole novità. A cui, lo confesso, non mi sono abituato immediatamente. La prima volta che Dedee mi ha fatto ascoltare i Nirvana eravamo nella sua auto (a proposito, dove stavamo andando? mi sembra di ricordare un viaggio fuori porta, Milano?) e ci ho messo un po’ a capire quei suoni apparentemente incoerenti.

Quello che ci fece innamorare di Kurt Cobain fu un perfetto mix di coglionaggine, menefreghismo, abbigliamento alla cazzo di cane e, soprattutto, quella palpabile sofferenza intima che traspirava dai suoi sguardi. Quella stessa sofferenza che noi, teenager o poco più, iniziavamo a provare sulla nostra pelle. Le atmosfere un po’ depresse da uscite con gli amici a bere, fumare sigarette, atteggiarsi a chi della vita ha già capito tutto mentre in realtà non avevamo neppure iniziato a capire cos’era questa famosa “vita”, ecco queste atmosfere si sposavano alla grande con gli occhi da cucciolone ferito e scazzato di Kurt, nascosti da quel ciuffo biondo che ho provato a replicare con risultati non certo lusinghieri.

Forse nemmeno Kurt capiva il nostro disagio più intimo, ma dava l’impressione di poterci riuscire, se solo ne avesse avuto l’occasione. Al contrario noi, ma questo divenne molto più chiaro in seguito, probabilmente non eravamo sufficientemente attrezzati per capire il suo, di disagio. Però ci sembrava di poterlo fare. Ma in fondo che ne sapevo io di droghe e overdose e dipendenze? I whisky nei locali dei vicoli, i cuba libre, le sigarette approvate dallo stato, erano la mia trasgressione, il mio modo per far prendere aria ad una mente che sentivo troppo chiusa in sé stessa. Veicolavo la mia rabbia con le canzoni dei Nirvana, perché la urlavano meglio di quanto avrei mai potuto fare io.

La morte di Kurt Cobain è stata epocale. Il messaggio che passò fu: attenti ragazzini, che il dolore è altra roba, e la finta autodistruzione non risolverà i vostri problemi. Quel giorno del 1994 il mondo divenne un po’ più reale. Imparammo a scremare le sofferenze vere dalle pose tardo-adolescenziali. Imparammo a soppesare con più cura la parola “suicidio”, e a non cagarla a vanvera nei discorsi solo per cercare d’apparire più tenebrosi.

Sono passati più di 20 anni. Le sofferenze di quell’epoca hanno perlopiù lasciato il posto ad altri sentimenti. Qualcuna m’è rimasta, forse me la porterò dietro ancora a lungo, ma ho imparato a darle meno peso. Se oggi Kurt fosse ancora vivo non sarebbe quel simbolo che è diventato sparandosi. Mi immagino liti con moglie e figlia sui siti di gossip, lui che non ha praticamente avuto tempo di vivere internet. Chissà se avrebbe mantenuto la sua perversa dignità, o si sarebbe prostituito o rinnegato come tanti suoi simili.

Alla fine che importa? Tutti barattiamo un po’ di dignità e princìpi per solvibilità e tranquillità, lui non sarebbe stato da meno. I suoi compari mi sembra si siano mantenuti comunque abbastanza degni dell’enorme bagaglio che il nome Nirvana si porta dietro. E questo è un indizio rassicurante.

Meno rassicurante è il fatto che i momenti salienti del mio arco di vita stiano iniziando a diventare materiale da documentario, reperti storici. Il tempo passa, naturalmente, e me ne farò una ragione: una cosa che ho capito quel giorno è che farmi saltare la testa col fucile non è proprio nelle mie corde.

17 febbraio 2015
by hardla
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9 sfumature e 1/2

Ci sono fenomeni che sono fenomeni ancora prima di essere concepiti.

L’improbabile successo planetario delle 150 sfumature letterarie (50*3) sembrava uno scontato viatico per un altrettanto improbabile successo planetario della versione cinematografica.

Sarà che io certi pruriti fintoalternativi da vecchio madamone di provincia non li ho mai provati, ma il mio interesse per la vicenda è più sociologico che sessuale, se ovviamente per “sociologico” intendiamo: “prendo un aspetto frivolo della società contemporanea che mi stia sul cazzo e ne scrivo malissimo sul mio blog che intanto non se lo cagherà nessuno ma almeno mi sfogo un po’…”.

Evviva la sociologia.

Ma vengo al punto (ahahaha, vengo…ahaha , al punto g… ahahah).

A me ‘sto film ricorda un casino 9 settimane e mezzo, sulla fiducia.

Non per la trama (qualunque essa sia) o gli attori o neppure perché si scopa. O forse sì, perché si scopa e si scopa strano. Perché la gente va a vedere al cinema il film che si scopa strano. E lo fa senza vergogna, non come quando va su youporn col volume del computer al minimo altrimenti Ciccino e Tizietta si svegliano nella cameretta accanto. Ci vanno baldanzosi, con orgoglio. Con soperchieria avanzano verso il botteghino dichiarando tronfi: “2 biglietti per il film che si scopa strano, per favore, perché noi siamo una coppia moderna e audace e ai benpensanti ci sputiamo in bocca”.

Poi me le immagino le strizzatine d’occhio all’uscita, le battutine al doppio senso prese pari pari dall’antologia del Bagaglino, gli sguardi da viveur esperto che sembrano dire “sì vabbé, non era poi ‘sta gran cosa, ho fatto di molto peggio” mentre si discute del film con i colleghi d’ufficio in mensa o con le altre mamme mentre aspettano Ciccino e Tizietta che escano dal corso di judo e pallavolo. Poi la sera tutti su youporn, a volume basso, perché sennò non sta bene.

Gente che magari non è mai andata al cinema negli ultimi 5 anni finalmente si prende la briga di uscire di casa e cosa va a vedere? Il film che si scopa strano? Ma perché allora non Lars Von Trier? Cazzo, io non l’ho visto Nymphomaniac, ma ho avuto sentore che si scopasse stranissimo pure lì. Forse il punto è quello, si deve scopare strano ma sempre in modo socialmente accettabile, con una bella patina scintillante che ricopra tutto come una cazzo di torta alla gelatina. E quindi qualcosa di “audace” ma non troppo “forte”. Che in effetti è una contraddizione in termini.

Io ai miei genitori ci voglio tanto bene, ci voglio. E ho pure tanta stima di loro. Ma io ricordo bene quella sera imprecisata del 1986 in cui, interrompendo un digiuno di tradizione ventennale, decisero di andare al cinema insieme a vedere 9 settimane e 1/2. Film in tv ne guardavano, certo, ma io non li avevo mai visti andare al cinema insieme, come una coppietta. E per certi versi sono affezionato a quel singolo ricordo di complicità episodica.  Ma nel momento stesso in cui uscirono dalla porta di casa, entrarono nel peggior cliché. E questa cosa non gliela perdonerò mai!

Da allora al cinema insieme non ci sono più andati. Ma se per caso decidessero di fare un secondo strappo alla regola, domani, per vedere quest’altro film che si scopa strano, li farei internare.
Con tanto affetto e tenerezza, eh. Ma giuro che lo faccio!

10 gennaio 2015
by hardla
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Gli occhiali di papà

Che mio padre e  mia madre fossero persone vulnerabili, fragili e decisamente umane l’ho capito abbastanza presto. C’erano indizi difficili da ignorare in casa, certi umori, certi comportamenti che un bambino accetta senza riserve fino a quando non impara a coglierne la peculiarità. Il concetto di normalità, nella testa di un bimbo, parte dai comportamenti a lui abituali salvo poi essere smentito dall’accumulo di esperienze diverse dalle proprie, per assestarsi, infine, su una comoda media statistica dei comportamenti attuati dagli altri: se la maggioranza mette il parmigiano sulla pasta al sugo, allora è normale farlo. Normale, nella norma.

Prendere coscienza della generica vulnerabilità dei propri genitori, in questo senso, è normale. Ciascun bimbo parte dall’idea di onnipotenza e onniscienza di mamma e papà, coloro che hanno tutte le risposte e che sanno fare tutto, per poi rimodulare col tempo il giudizio per gradi successivi, fino ad assestarsi su una sufficiente approssimazione della realtà.
Poi è ovvio che le singole vulnerabilità possono essere più o meno usuali, più o meno diffuse, più o meno pesanti da accettare, più o meno “normali”.

C’è un’immagine mentale che associo alla vulnerabilità di mio padre e, per estensione, ad entrambi i miei genitori.

Fino alle scuole elementari non ho mai avuto grandi occasioni di dubitare dei superpoteri dei miei genitori: qualche indizio sparso, che non potevo soppesare con la giusta competenza, ma nulla più. Non avevo bisogno di grandi risposte da parte loro, o credevo di non averne bisogno, e comunque quelle che mi davano erano sempre soddisfacenti.

Alle medie è cambiato tutto, sono passato da una scuola decisamente aperta e permissiva di stampo fricchettone anni ’70, ad una rigida istituzione ottocentesca che non avrebbe sfigurato tra le pagine del libro Cuore. L’adolescenza poi ha aggiunto turbamenti esistenziali che non sono stato molto bravo a riconoscere e gestire, sommati ad un carattere oltremodo schivo. Insomma, per quanto di quel periodo abbia oggi ricordi anche molto piacevoli, le partite al campetto con gli amici, i videogiochi scambiati come figurine, i primi giri per la città da solo, so che le cose per me allora non furono sempre così semplici.

A scuola andavo bene, ma i professori avevano iniziato a farmi paura. Nel mio vocabolario entrò la parola “interrogazione”, sconosciuta fino ad allora. Iniziò ad insinuarsi in me un’ansia che non mi ha ancora abbandonato, ogni qual volta devo dimostrare le mie capacità in un campo qualsiasi.

Fu in quel periodo che iniziai a chiedere aiuto ai miei genitori, in particolare a mio padre, dal momento che mia madre abbandonò la scuola molto giovane per andare a lavorare. Confidavo nel suo aiuto, nella sua esperienza. Seppur geometra (quindi con una certa esperienza in campo matematico) papà ha coltivato sempre un forte interesse per le discipline umanistiche. Un ottimo mix da cui attingere, dunque.

Ma qualcosa non funzionò. Ogni volta che chiedevo aiuto a mio padre, gli mostravo un libro, un quaderno, lui lo prendeva, lo avvicinava alla faccia, alzava gli occhiali fin su la fronte per leggerlo ad occhio nudo, lo studiava un po’, e gettava la spugna farfugliando sempre qualcosa che a me sembrava irrilevante o non risolutivo. Abbandonava. Mi lasciava solo coi miei problemi. Mio padre era vulnerabile e, cosa peggiore, permetteva che anche io lo fossi di fronte alla classe e ai professori.

Allora ero convinto che fosse solo un problema di memoria: in fondo erano passati tanti anni dalle sue scuole, era più che normale che non ricordasse certi argomenti. Mi sono progressivamente abituato al fatto che non avrebbe potuto essermi d’aiuto su questioni scolastiche e che avrei dovuto sempre e solo fare affidamento su me stesso. Neppure una brutta lezione, per certi versi. Talvolta chiedevo una cosa a papà e lui me la diceva al volo, la sapeva. Ma quando alzava gli occhiali sulla fronte sapevo immediatamente che erano cazzi.

Oggi quello che mi pesa, ripensando a questi episodi, ma anche ad altri che per brevità non racconterò in questo post, è la velocità con cui passava la mano, la mancanza di voglia e, in ultima istanza, l’indifferenza. Mi pesa che non avesse voglia di fare un piccolo sacrificio per me. Non che non facesse sacrifici, sia chiaro, ha sempre provveduto a me nel migliore dei modi, ma preferiva farlo in modo materiale. Il tempo era suo e lo voleva gestire in autonomia, voleva potersi dedicare ai suoi interessi, che gli davano gioia e conforto, senza disturbi o interruzioni.

Forse il mio rammarico è non avergli dato gioia e conforto quanto le sue passioni. So che non mi devo colpevolizzare per questo e so anche che non devo colpevolizzare troppo lui. Oggi mi ritrovo all’età di mio padre, quello di allora, con problemi simili ai suoi, stati d’animo comparabili ma situazioni al contorno completamente diverse. Lui ha fatto ciò che ha potuto con i mezzi che aveva a disposizione e anche io farò lo stesso.

Quello che mi salva è che non ho un figlio che fra 30 anni mi smerderà pubblicamente su un blog. Se esisteranno ancora.

16 dicembre 2014
by hardla
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Il rumore che ho nella bocca dello stomaco

“… a parte quella specie di ovo sodo dentro,
che non va né in su né in giù…”

Una delle frasi più pregnanti del cinema italiano che però, guarda caso, descrive abbastanza bene quella sensazione di boh che ogni tanto ammanta le mie giornate di momenti un po’ boh.

Che vi devo dire, ormai ho abbandonato la carriera di aspirante blogger famoso e celebrato per tentare la carriera di aspirante fotografo famoso e celebrato, quindi da queste parti ci capito più poco ormai. Passa il tempo ma il bisogno primario rimane sempre lo stesso: emergere sulla massa. Non vi aspettavate mica discorsoni sull’importanza della creazione artistica, del libero esprimersi o cazzate simili, vero?

No, da timido passivo-aggressivo il mio bisogno è ottenere col minimo sforzo e con la minore esposizione personale possibile il maggior quantitativo di gloria e celebrazione altrui. Possibilmente conquistando il mondo. E visto che il mio lavoro non mi aiuta ad emergere neppure sul mio compagno di stanza, riverso tutte le mie energie residue nella fotografia, perché qualcuno una volta mi ha detto che sono bravo e io ci ho creduto perché ne avevo bisogno.

Il vantaggio della fotografia, rispetto alla bloggheria, è che se anche una sera non riesci a produrre niente di valido almeno ti sei fatto una passeggiata in giro per la città, invece che rimanere seduto davanti ad un computer a fissare uno schermo bianco o una timeline di facebook. Che poi facebook c’è pure sul telefono, ma almeno cammino mentre lo guardo, è tutta ginnastica, che superati i quaranta uno deve iniziare a farci caso a queste cose. Un tempo facevo i bagordi, i  girotondi e i cubalibre e rimanevo magro, adesso prendo il pesce bollito in mensa e molti meno cubalibre ma continuo a non smaltire quei 3kg di pancetta superflua.

Dovrò andare a fotografare di più, evidentemente. Metti mai che camminando riesca pure a digerire quel cazzo di ovo sodo.

1 ottobre 2014
by hardla
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I sogni d’una volta

Ogni tanto mi capita di leggere articoli, post, opinioni varie che ruotano intorno ad un’unica grande verità: non c’è più spazio per i sogni. Sogni intesi come progetti di felicità concreta, non come astrazioni un po’ fricchettone volte al bene globale.

Generazioni di impiegati sottopagati, freelance alla fame, operai abulici, omai stremati dal confronto con la perdurante Crisi,  guardano ai bei vecchi tempi in cui all’uomo era concesso sognare sogni di felicità materiale, un mondo felice in cui i lavori erano sempre soddisfacenti, anzi stimolanti, dove le retribuzioni erano adeguate e dove le aspirazioni al lusso venivano sempre incoraggiate e favorite.

Ora, io non sono particolarmente giovane, ma io questi tempi memorabili proprio non riesco a ricordarli. Può essere che in alcuni brevi momenti storici la situazione economica globale o locale favorisse un clima euforico che pervadesse le menti di noi italiani, mi vengono in mente alcuni momenti degli anni ’80, lo Yuppismo prima del crollo di Wall Street nell’87, o fine anni ’90, quando qualsiasi realtà imprenditoriale che avesse un seppur vago richiamo alla parola “internet” era candidata a fare vagonate di soldi dall’oggi al domani, prima che esplodesse l’immancabile bolla.

Al di fuori di questi momenti di euforia collettiva faccio fatica ad immaginarmi una realtà molto migliore di quella attuale. Migliore, certo, la Crisi influisce non poco sulle nostre vite, come lo fece anche in altri momenti storici, per non parlare di guerre, epidemie e carestie. Ma molto migliore non credo. La verità è che i vei becchi tempi non sono mai esistiti. Non come epoche. Magari presi come singoli anni: “ah mi ricordo come si stava bene nel 1985, con i jeans Uniform col risvolto, le calze Burlington a rombi e le immancabili Timberland!”.

Spesso abbiamo la sensazione di non essere padroni del nostro tempo, è questa la maggior fonte di disagio che percepisco. Ed è un problema reale, concreto, che ci coinvolge come adulti ma solo se messo in relazione al nostro passato di bambini, adolescenti e ragazzi. Il tempo mi scivola via perché sono per 8 ore al giorno in ufficio, a cercare di dare un senso agli anni passati a cazzeggiare tra aule universitarie, locali nei vicoli di Genova, spiagge, mantenuto da una famiglia fin troppo comprensiva.

Mio padre non aveva un controllo sul suo tempo maggiore del mio. Anzi. Lui faceva straordinari che io non ho bisogno di fare, per fortuna. Suo padre, mio nonno, faceva doppi turni in fabbrica e dubito che se ne sia mai lamentato a voce alta. Probabilmente non avrà neppure pensato al tempo che non poteva gestire autonomamente. Non era quella la sua priorità. Il concetto di weekend, inteso come settimana lavorativa corta, non è poi così vecchio. Non sono così lontani i tempi in cui si lavoravano 6-7 giorni alla settimana, qui in Italia.

Il concetto di sogno come aspirazione concreta verso un obiettivo di vita forse non è recente. Ma la sua valenza popolare decisamente sì. Se oggi le masse hanno la possibilità di fare sogni, che puntualmente la realtà andrà a castrare, è perché lo sviluppo storico della nostra società nel corso dei secoli ci ha portato a coltivare la nostra libertà di pensiero. Se anche mio nonno avesse mai avuto un sogno diverso dal mantenere la sua famiglia nel maggior decoro possibile, cosa che a me sembra improbabile ma non si sa mai, si guardava bene dal lamentarsi delle sue aspirazioni deluse. Io, al contrario di mio nonno, mi sento legittimato ad esprimere delusione pubblica per il tempo che il mio lavoro porta via alle mie vaghe ambizioni di fotografo artista.

La nostra società attuale non condanna più, anzi favorisce, almeno a parole, il perseguimento di obiettivi più alti di noi. Ma è anche ovvio che la società, attuale o futura, difficilmente si potrebbe mantenere in vita con una popolazione composta di soli musicisti, fotografi, scrittori, calciatori e cantanti. Per questo motivo le nostre legittime aspirazioni saranno, nel 99% dei casi, deluse.

E qui si pone la domanda che non ho ancora scritto: avere finalmente ricevuto il permesso di perseguire stravaganti ambizioni ci rende più felici o ci cagiona un danno per l’inevitabile e quasi certa delusione? I nostri avi erano più felici o frustrati dal non poter manifestare ragionevoli o irragionevoli aspirazioni personali? Il solo fatto che il nostro ventaglio di possibilità si sia dischiuso, a mio avviso, è un fatto positivo, ma la disparità tra velleità e realtà è difficile da gestire, soprattutto quando siamo stati incoraggiati ad aspirare a qualcosa di meglio e a non accontentarci.

In questo i bei vecchi tempi esistono davvero: nei bei vecchi tempi la gente non si poneva così tante domande, non si analizzava così tanto e, alla fine, l’ineluttabilità poteva venire scambiata pure per serenità. Ma i bei tempi felici, beh, quelli sono solo nella nostra fantasia collettiva.

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